Addio Giovanni Clerici, omero del tennis

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All’età di 91 anni, subendo l’ultimissimo tie-break da quella brutta pellaccia della morte che è pur sempre la capofila delle classifiche più indigeste e meno ambite, se ne è andato Gianni Clerici, inimitabile cantore del tennis, maestro del giornalismo sportivo, telecronista ,scrittore e conoscitore torrido e inesausto di uno delle arti agonistiche più belle del mondo.

E dalle parti di Bellagio il lago si è incupito mentre il Grande Slam dei cigni da parata assumeva tonalità

sul grigio, immalinconito dal volo verso l’alto di quell’uomo che ha saputo raccontare mirabilmente 500 anni di una avventura prodigiosa e vorticosa, partita molto prima dalle descrizioni di Marziale “vera betonica dei campi da gioco”, estensore di epigrammi che suggeriscono la preistoria di un cimento dove si consumavano, nella cornice delle terme, i primissimi arcaici scambi con la “palla trigonale” su terreni triangolari.

Gianni Clerici non si è limitato a dissodare le zolle dei primordi del tennis degli antenati e dei pionieri, affascinando il lettore sulla nascita di Wimbledon, sulla istituzione della Davis Cup, sulle lunghe vesti delle signore, sull’immortale Big Bill e sulle gesta dei Moschettieri che si chiamavano Lacoste, Borotra, Brugnon e Cochet.

L’Omero dell’Odissea dei miliardi di set navigati sulla terra rossa, sull’erba o sul cemento, ha goduto nel narrare le immortali partite dell’immigrato messicano Pancho Gonzalez che disegnava arcuato “il grande smash in corsa a forbice, da sinistra a destra, contro il raggelato Parker”.

Regale e originale nella scrittura, cesellatore di un mirabile florilegio di godibilissimi neologismi, decoratore di storie reali che si convertivano in affabulazioni da incorniciare nei contorni del sogno prima di addormentarsi, lo Scriba per antonomasia ha saputo elaborare una raffinata quanto fruibile lettura sociologica delle vicende dei mille atleti immortalati, ora nel mito, ora nella ciarliera anedottica, ora nel naufragio dei momenti bui e ora nello splendore delle sfavillanti coppe levate al cielo.

E come dimenticare il suo “Federerissimo” , amatissima icona “Reincarnazione della Divinità tennistica che segretamente sovritende al gioco, armonia mescolata a velocità, una fluidità muscolare dentro immagini che avrebbero rapito un pittore futurista”

Anche se l’ipnotico Clerici ha posato la sua cetra ai piedi del seggiolone di un giudice alato, sono discretamente sicuro che stia tastando il fondo inedito di una nube perfettamente rettangolare .

E mentre controlla pignolescamente le linee di fondocampo tracciate da un tipo con l’aureola a sghimbescio, si imbatte in un tipetto che evoca terribilmente Rod Laver, il Genio.

“Ehi, Rod. Si dice che anche qui i tuoi lift  straordinari abbiano ingentilito il paradiso, anche quando certi rimbalzi non danno il tempo per il back -swing”

Poi i due si distraggono, osservando poco più in là Manolo liftare come una angelo vendicatore.

” Ma quello è Santana!”

” Già, un raccomandato. Pupillo di Sant’Anna”.

Ogni mondo è paese, per un milione di palline gialle!

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