Dall’aborto alla guerra civile

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È stata come una sassata in piena faccia, ammettiamolo. Secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti l’aborto non è un diritto espresso dalla costituzione. La decisione dei giudici di rovesciare la sentenza “Roe vs Wade”, che da quasi cinquant’anni a questa parte stabiliva il diritto all’aborto a livello federale, è un colpo mortale inferto alla libertà. Niente di più, niente di meno. Ed è solo l’ultima battaglia (persa) di una guerra che, negli Stati Uniti, si combatte ormai da tempo. A fronteggiarsi due eserciti. Due visioni del mondo. Una guerra che è il segno più tangibile di quanto, quella che viene considerata la più grande democrazia del mondo, versi in condizioni di salute davvero critiche. 

È lecito domandarsi se quella che abbiamo di fronte è un’America che rischia concretamente di ripiombare in un medioevo oscurantista. Del resto la caccia alle streghe scatenatasi oltreoceano è probabilmente soltanto all’inizio e, come al solito, a pagarne le conseguenze saranno le minoranze e le fasce più povere della popolazione. Anche in questo caso, proprio come nel periodo buio dell’inquisizione spagnola, a farne le spese saranno soprattutto le donne. Saranno loro a dover pagare sulla propria pelle una scelta crudele e sciagurata dettata da convinzioni che, in nome della vita, fanno a pezzi diritti civili fondamentali. 

Diritti che erroneamente credevamo acquisiti per sempre. E invece sbagliavamo. Non ci siamo resi conto che il diritto sacrosanto di ogni donna di poter decidere in maniera autonoma del proprio corpo non è affatto scontato. Il principio di autodeterminazione, la libertà del singolo di poter scegliere in base a ciò che si ritiene essere più giusto per se stessi e per gli altri, è stato cancellato con un clamoroso colpo di spugna da una corte che ci ha mostrato l’altra faccia dell’America. Quella di un tribunale così influente, i cui i giudici sono nominati a vita dal presidente con l’avallo del senato, che soltanto pochissimi paesi occidentali hanno.

Eppure gli Stati Uniti non sono mica sempre stati un baluardo di progresso, civiltà e democrazia. Da sempre, all’America cosmopolita delle grandi città, di New York, di Los Angeles e della California, di Boston e di Washington con i suoi intrighi di palazzo, si contrappone il popolo fomentato da QAnon e delle sette ultracattoliche. Fin dai tempi della prima sanguinosa guerra civile americana, la celeberrima guerra di secessione, i cavalieri Jedi a stelle e strisce si sono opposti all’Impero del male e di chi ha scelto il lato oscuro delle Forza. Spaccature, lacerazioni profonde e radicalizzazione sono parte della storia americana. 

Giusto per capirci, negli Stati Uniti, le leggi razziali che discriminavano i neri sono state abolite definitivamente solo nel 1964. E ancora oggi essere un afroamericano maschio significa avere una probabilità sei volte maggiore rispetto al resto della popolazione di finire in carcere. Nel 2019 i neri erano il 24% delle persone uccise dalla polizia, nonostante siano solo il 13% della popolazione. Così, dalla questione afroamericana al possesso delle armi, passando per il diritto all’aborto, l’America e gli americani ci dicono una cosa soltanto, e cioè che neppure loro non sono poi così progressisti come c’eravamo illusi che fossero. 

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