Enzo Jannacci che ha visto un re

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Vincenzo Jannacci nasce a Milano il 3 giugno del 1935 e alla levatrice dedica il suo primo stralunato verso che scivola, in una premonizione mattocca, verso Rogoredo, Via Lomellina e Viale Corsica luoghi che un pò più avanti si sarebbero palesati nelle canzoni di una Milano dove quartieri e ballatoi si abbottonavano alla moda dell’Armando.

Vincenzo detto Enzo riesce a esprimersi in modo tentacolare, con pari eccentricità dentro una eterna espressione di sbigottimento sul viso, tipica di chi “sta passando per caso” pur avendo gli obbiettivi chiarissimi: sarà cantautore, cabarettista, pianista, sceneggiatore, attore e certamente anche bravo cardiologo.

Dopo gli anni al classico Manzoni – pare già creativamente interpretati alla maniera dello studente che ai Promessi Sposi regala una gabbietta di piccoli bravacci con le scarpe da tennis – si laurea in Medicina alla Statale di Milano, dove una maga fuori corso gli scruta il palmo della mano, nell’aula magna percorsa dalle penombre del futuro, abbozzando un enigmatico viaggio verso un Messico con tanto di nuvole.

Intanto dietro l’angolo già covano il richiamo del festival italiano del rock’n’roll e il profilo del nasone di Gaber con il quale duetterà sotto i nome della premiata ditta “I due corsari”.

Genialoide, irrequieto, fecondo e inarrivabilmente sgangherato, Jannacci debutta come jazzista insieme a Chet Baker e proprio in questa fase ritmatissima iniziano a sgusciare canzoni surreali e quasi improbabili come “Il cane con i capelli” seguito a ruota dall’asimmetrico “Andava a Rogoredo”, cantato in dialetto milanese.

Nei primi anni sessanta matura il prodigioso momento del teatro ma il vero schiumante successo arriva nel 1968 grazie allo stra cantato tormentone del “Vengo anch’io, no tu no”.

Sempre in quell’anno mamma Rai, una mamma spesso prudentemente irritante, gli impedisce di cantare “Ho visto un re” in una finale di Canzonissima e a Jannacci saltano tre mosche al naso: saluta baracca e burattini per andarsene in Sudafrica a specializzarsi in chirurgia generale, nell’ambito dell’equipe di quel Barnard mitico protagonista del primo trapianto di cuore.

E se la fama una tantino scema – anche perché la fama, considerando che se la tira, sempre un pò scema è – non certo si erode il ciclopico talento del suggestivo improvvisatore che non improvvisa, del pittoresco svitato super avvitato, dell’obliquo tartassatore delle convenzioni stancanti.

Così sbocciano “Mexico e Nuvole” , scritta da Paolo Conte e la tenerissima “Faceva il palo” tessuta con Walter Valdi.

Enzo plasma le colonne sonore di “Romanzo Popolare” di Mario Monicelli e di “Pasqualino Settebellezze” della Wertmuller.

Da un vulcano in perenne eruzione , una eruzione mischiata allo zolfo di una erudizione travestita da comunicativa popolana, schizza l’iconico “Quelli che…” dopo l’ ammiccante corteggiamento all’uselin de la comare.

Ancora troppe cose ci sarebbero da dire e allora conviene glissare su un investigativo “Tatta tira tira tira tatta tera tera ta / Era quasi verso sera / se ero dietro, stavo andando / che si è aperta la portiera è caduto giù/ l’Armando”.

Con Jannacci, garriscono le bandiere con un milione di coloratissimi e preziosi stracci.

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