Il cigno nero mette al bando l’arcobaleno

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ARABIA SAUDITA: Il principe ereditario Mohammed Bin Salman, MBS, leader della potente monarchia wehabita, attore di primo piano nel mercato del greggio a livello mondiale e con un ruolo fondamentale all’interno dell’OPEC, visiterà la Turchia il 22 giugno. Il presidente turco a sua volta era già stato in visita ufficiale a Riyadh il 28 aprile scorso, nel tentativo di ricucire i rapporti col principe, ai minimi storici dopo l’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi nel 2018 a Istanbul.

L’incontro avrà l’obiettivo di rafforzare partnership strategiche e relazioni bilaterali in ambito economico e commerciale, in un quadro di crisi aumentate da pandemia e guerra russo – ucraino. Il denaro di Riyadh è fondamentale per rilanciare l’economia turca. Un boicottaggio non ufficiale, in vigore dal 2020, ha tagliato del 98% le importazioni turche.

Intanto a Riyadh alcuni esponenti del consiglio della Shura, l’organo consuntivo formale, intendono aggiungere un nuovo paragrafo al progetto di riforma della legge sulle transazioni fra uomini e donne e fra i mussulmani e non, nel risarcimento di un crimine, il così detto prezzo del sangue.

Per volere del cigno nero viene messo al bando l’arcobaleno: “È propaganda gay e contraddice la fede islamica e la morale pubblica”. Vengono messi al bando fiocchi, gonne, cappelli e astucci multicolore realizzati per bambini. A dispetto delle aperture sociali, spesso di facciata, e delle riforme in campo economico, il tema dell’omosessualità resta un tabù nel regno saudita, punito con la pena di morte in base alla sharia.

GIORDANIA: A seguito di un piano pubblicato nei giorni scorsi con le riforme volute in prima persona del Re Abd Allah, le autorità giordane hanno annunciato un ulteriore piano di sviluppo che propone una nuova visione del Paese in chiave nazionale e internazionale.

L’obbiettivo di Amman è quello di affrancarsi dalla dipendenza dal petrolio, raddoppiare i dati sulla crescita e svecchiare i piani di sviluppo.

Particolare attenzione viene rivolta ai giovani, per i quali si vogliono creare fino ad un milione di nuovi posti di lavoro, e favorire politiche verdi a tutela dell’ambiente, in una nazione che già registra gli effetti del cambiamento climatico e criticità nel comparto delle risorse idriche. Un progetto in 3 fasi distribuito in 10 anni, tra l’ottimismo del Re Hashemita e lo scetticismo popolare sulla reale fattibilità.

IRAN: Crisi economica, l’aumento dei prezzi e il taglio ai sussidi, hanno trasformato il Paese in una polveriera che rischia di esplodere, come già accaduto nell’autunno 2019.

Il popolo non è più disposto a tollerare la propaganda ufficiale e la gestione della crisi è destinata a presentare il conto in un quadro politico, economico e sociale in forte tensione.

A scatenare il malcontento e l’ondata di proteste, iniziate a metà maggio, è stata la decisione di tagliare i sussidi ai cereali, con un aumento degli stessi che arrivano ad aumenti fino al 300%. Circa la metà degli oltre 85 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà e a poco valgono le ragioni accampate delle autorità che legano l’aumento dei prezzi alla guerra russo – ucraina e alla crisi globale di merci e trasporti.

La classe dirigente viene percepita come corrotta e incompetente che dilapida fondi e risorse per il programma di armi nucleari e missili balistici.

La società iraniana è come un “fuoco che cova sotto la cenere”. Pronta a divampare a causa delle durissime sanzioni economiche e della pessima gestione del Paese da parte di dirigenti incapaci e senza programmi.

In questi giorni in prima fila contro le politiche del governo di Raisi, ci sono gli insegnanti, scesi in piazza a manifestare l’insofferenza popolare, innescando una dura risposta da parte delle autorità.

Docenti di ogni grado hanno marciato in diverse città iraniane chiedendo “una vita dignitosa”, “preferiamo la morte all’umiliazione” e la liberazione dei colleghi precedentemente arrestati. Secondo la dichiarazione dei sindacati, a poche ore dall’inizio dei raduni, agenti in borghese e forze dell’ordine hanno arrestato un centinaio di attivisti di primo piano a livello nazionale.

IRAQ: Il panorama politico iracheno è segnato da otto mesi di stallo politico (votazione del 10 ottobre 2021) che impedisce la nomina del presidente della Repubblica e la nascita di un nuovo governo.

La scorsa settimana i deputati sadristi, che fanno riferimento al leader sciita Moqtada al Sadr e sono il gruppo più numeroso in parlamento, hanno rassegnato in blocco le dimissioni. Un tentativo per “rafforzare la mano” e mettere fine alla paralisi delle istituzioni, tenute in ostaggio da divisioni e blocchi fra sadristi e filo-iraniani.

L’impasse istituzionale rischia di soffocare un paese in cui, secondo le stime dell’ONU, 1/3 dei 4 milioni di abitanti vive in condizione di povertà. Le istituzioni sono indebolite da decenni di guerra e da una corruzione che affligge lo Stato a tutti livelli.

Dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003 si stima che circa 400miliardi di Euro siano spariti dalle casse del Paese. Nonostante le immense riserve di greggio e gas l’Iraq rimane dipendente dalle importazioni per soddisfare il fabbisogno energetico. L’Iran gli fornisce un terzo di gas ed elettricità.

YEMEN: Il conflitto yemenita, divampato nel 2014 come scontro interno, si è inasprito in guerra aperta. Nel 2015 l’intervento dell’Arabia Saudita a capo di una coalizione di nazioni arabe ha causato oltre 400 mila vittime. La guerra ha provocato peggiore crisi umanitaria al mondo, sulla quale il Covid-19 ha sortito effetti devastanti. Milioni di persone sono sull’orlo della fame e i bambini ne subiranno le conseguenze per decenni. Gli sfollati interni sono oltre 3 milioni in condizioni di estrema miseria, alle prese con fame ed epidemia di varia natura, non da ultima quella di colera.

ONG ed attivisti hanno pubblicato un rapporto sull’aumento progressivo del numero di disabili dall’inizio del conflitto ad oggi. Su un totale di circa 30 milioni di abitanti i disabili sono già 4 milioni e 800 mila, mentre prima del 2014 il numero complessivo non arrivava a 3 milioni.

Yasmine Daelman, responsabile dell’associazione Handicap Internaional,  sottolinea che l’aumento dei numeri è “direttamente collegato” alla guerra. In particolare si tratta di vittime di esplosioni, di mine anti – uomo, di bombe e raid aerei sauditi, cause primarie di amputazioni.

Sono aumentati notevolmente anche i traumi psicologici, spesso dimenticati, dovendo sopravvivere in condizioni di estrema fragilità e per la difficoltà di raggiungere centri ospedalieri, per mancanza di denaro e risorse di ogni genere.

La guerra russo – ucraina ha aggiunto altre emergenze alle emergenze, la somma delle catastrofi che sconvolgono il pianeta, da aritmetica, è diventata logaritmica.

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