Il debito coloniale di Haiti

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“Le sto chiedendo cosa pensa delle accuse secondo cui il governo americano avrebbe cospirato con quello francese per rovesciare il presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide, nel 2004”.

“Si tratta di qualcosa successo molto tempo fa, non saprei”.

“Il 2004 non era molto tempo fa, all’epoca lei sarà stato ancora al liceo, ma molti di noi stavano già lavorando”.

“La ricontatterò se dovessimo avere qualcosa da dire a riguardo”.

Questo scambio di battute è avvenuto tra il portavoce del dipartimento di stato americano Ned Price e l’esperto giornalista Matt Lee. Il colloquio è stato organizzato in seguito a un lungo articolo pubblicato dal New York times, in cui si narra delle tribolazioni di Haiti e si fa menzione del coinvolgimento americano nel colpo di stato del 2004. 

L’inchiesta svolta dal NY Times ha portato a galla nuovi dati e nuove nozioni relative al “debito coloniale” che Haiti deve pagare, un fardello che pesa su molte nazioni nate dal processo di decolonizzazione. Ma nessuna altra nazione ne è vessata tanto quanto Haiti. 

Il debito coloniale accumulato da Haiti dal 1825 ad oggi ammonta a circa 115 miliardi di franchi. Più di otto volte il prodotto interno lordo del paese. Anche altre nazioni come l’Algeria pagano annualmente una “tassa coloniale” per “ripagare” l’infrastruttura costruita dalla Francia durante il periodo coloniale, ma i numeri sono molto più “ragionevoli” e permettono al paese di sopravvivere. Ma perché ad Haiti è richiesta una cifra funzionalmente impossibile da pagare?

In parole povere, perché il trattamento di Haiti è stato un avvertimento. Un avvertimento rivolto ai milioni di schiavi all’epoca sparsi per i territori delle potenze coloniali europee: Potrete anche vincere la rivoluzione, ma questo mondo appartiene ancora a noi. 

Haiti ottiene la sua indipendenza nel 1804, e la ottiene con il sangue. Nel 1791 gli abitanti della colonia allora conosciuta come Saint-Domingue – per la maggior parte schiavi di origine africana – insorgono contro il potere della corona francese.  La più grande rivolta degli schiavi dai tempi di un certo Spartaco, che insorse contro la repubblica romana 1900 anni prima. 

È una guerra sporca, che attraversa molti cambiamenti politici (per fare un esempio, la fondazione della repubblica francese nel 1792) ed è un perfetto esempio dell’intricata natura dei conflitti del periodo. Prima si combattono i francesi, poi ci si allea con loro per respingere spagnoli e inglesi, poi ci si combatte a vicenda tra diverse fazioni ribelli… dilungarsi sarebbe futile: il succo del discorso è che nel 1804 Haiti diventa la prima repubblica governata da persone di colore ed ex-schiavi. Non uso questo termine a caso: Ex-schiavi, non uomini liberi.

Perché Haiti ha vinto la guerra, ma ha dovuto faticare a lungo per difendere i diritti guadagnati in 12 anni di combattimenti con almeno 350’000 morti. Il neopresidente Jean-Jacques Dessaline si ritrovò con una nazione devastata, un’economia basata sulla schiavitù (non più sostenibile per ovvie ragioni) e la costante minaccia di un ritorno in forze dei francesi. Fu necessario trovare dei compromessi e fare concessioni, soprattutto per scongiurare il ritorno della Francia – profondamente offesa dal massacro dei coloni e lealisti francesi rimasti perpetrato tra il febbraio e l’aprile 1804. 

Una di queste concessioni è proprio la tassa coloniale di cui stiamo parlando. In parole povere, la Francia considerava ancora gli schiavi Haitiani come una sua proprietà. Avrebbero accettato di lasciare in pace Haiti, ma solo se il paese avesse pagato il prezzo monetario di ogni schiavo “rubato” alla Francia. 

Questo debito è risultato fin da subito assolutamente impossibile da pagare. Inizia quindi un circolo vizioso di prestiti con tassi d’interesse assurdi. E quindi più debito, più interessi. La Francia, almeno a livello monetario, è comunque riuscita a spremere ogni oncia di profitto dalla colonia persa. 

A distanza di oltre due secoli, la nazione soffre ancora della pesante crisi economica causata da questo vero e proprio assalto finanziario. Non hanno aiutato le iniziali spese “folli” del presidente Dessaille, che spese una fortuna per espandere il suo esercito e per l’atto simbolico di comprare la libertà degli schiavi su navi che passavano nei pressi dell’isola.

Torniamo al 2004. Il presidente Haitiano è Jean-Bertrand Aristide: proponente della teologia della liberazione, come prete si fa avvocato di democrazia e libertà sotto il crudele regime di Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier. Vince le elezioni in seguito al periodo di transizione post-rivoluzione, e dopo varie vicissitudini vince nuovamente delle elezioni regolari nel 2001. 

Nel 2003, Aristide chiede alla Francia di pagare ad Haiti circa 21 miliardi di dollari – un risarcimento per gli oltre 90 milioni di franchi francesi pagati tra il 1825 al 1947. Grave errore. Una milizia di estrema destra, sostenuta da francesi e americani, invade il paese dal confine dominicano e rovescia il governo. Aristide è costretto a fuggire, permettendo alla Francia di mantenere la morsa economica sul paese che continua ancora oggi. 

Questo è forse il caso più eclatante, ma non l’unico. Dinamiche simili si possono osservare in quasi tutte le ex-colonie francesi, e costituiscono uno degli esempi principali di ciò che viene chiamato “neocolonialismo” – il controllo indiretto che le ex-potenze ancora esercitano sui paesi che una volta possedevano. A scuola parliamo della decolonizzazione come un processo iniziato e concluso, lineare. La realtà, poco conosciuta ancora oggi, è ben diversa. 

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