Ma davvero vogliamo essere immortali?

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L’immortalità è una gran bella cosa. Poi pensi a gente come Donald Trump, Vladimir Putin e Lorenzo Quadri e ti rendi conto che no, è meglio essere a termine.

Insomma, meglio avere una data di scadenza come gli yoghurt, anche perché vivere a lungo comporta i suoi bei problemi. Ma veniamo al dunque: l’annuncio è stato fatto dallo Salk institute in California, uno dei più prestigiosi centri scientifici biomedici a livello mondiale e gli scienziati sarebbero euforici.

Prendiamo ‘sta cosa con le molle, per avere finanziamenti alla ricerca, scientifica o spaziale, gli scienziati ormai si sono ridotti ad essere peggio di influencer quindicenni. Più la notizia fa presa sull’opinione pubblica, più i cordoni della borsa si allentano. Per cui le notizie di questo tipo sono farciti di “incredibile!” “fantastico!” “futuristico!” eccetera. Riveniamo al dunque, gli scienziati dicevamo, sono entusiasti per un metodo cellulare che inverte in maniera sicura i segni dell’invecchiamento. 

Juan Carlos Izpisua Belmonte, docente del Laboratorio di espressione genica di Salk, ritiene la tecnica molto sicura, anche se testata per ora solo sui topi. Il che, ve lo dico chiaro, significa che prima di vent’anni non se ne parla, un po’ come per la variante 95 sul piano di Magadino, le tempistiche sono grossomodo quelle.

Secondo il team, l’approccio potrebbe rivoluzionare molte tecniche legate al trattamento dei sintomi e delle condizioni legate all’età. Detto in parole povere rallenterebbe l’invecchiamento. Ed è oggettivamente una questione di quando e non di se. Come per l’intelligenza artificiale, la coscienza scientifica è consapevole che la soluzione è dietro l’angolo, magari non proprio dietro, ma comunque lì vicina, perlomeno in termini scientifici.

In tutto ciò, c’è onestamente un vantaggio oggettivo, a parte quello di rendere longevi certi farabutti ultraricchi, ed è il campo delle malattie neurodegenerative. Proviamo a spiegare.

Le cellule sono orologi biologici a tempo, invecchiano e muoiono e col tempo determinano la salute della persona. Nelle malattie neurodegenerative (ad esempio il Parkinson o l’Alzheimer), i neuroni muoiono senza essere sostituiti. Con la tecnica del team di Salk, si potrebbe ripristinare la salute dei tessuti e in generale dell’organismo in particolare andando ad agire sulle funzioni e sulla resilienza delle cellule.

E se pensiamo che demenza e Alzheimer sono malattie in forte espansione a causa anche dell’invecchiamento della popolazione, è ovvio che le implicazioni sono decisamente importanti. Il trattamento non solo arresterebbe la degenerazione cellulare negli anziani, ma se somministrato a giovani (parliamo sempre di topi eh?) ne migliora la capacità di guarigione e cicatriziale e inibisce i normali cambiamenti che si hanno con l’avanzare dell’età. 

Una panacea di tutti i mali? Chissà. Certo è, come dicevamo che il futuro dei nostri figli sarà molto diverso da quello odierno. Se la vita ha un valore, questo sarà esponenzialmente aumentato in un futuro, con tutto ciò che speriamo ne consegue: rispetto di essa, tutela della vita stessa, rispetto anche per il mondo vivente che ci circonda. 

Io mi rassereno comunque, non ci sarò a vedere il primo uomo, o la prima donna, bicentenari e magari morirò pure rimbambito. Pazienza, vivere ai tempi della peste bubbonica era peggio e poi, come dicevo, vivere per sempre ha le sue controindicazioni.

Siccome lo studio è serissimo, vi allego qui un link (in inglese) che vi spiega meglio il tutto. Il titolo tradotto è: “LA TERAPIA DI RINGIOVANIMENTO CELLULARE INVERTE IN MODO SICURO I SEGNI DELL’INVECCHIAMENTO NEI TOPI”

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