Mi chiamo Cloe e sono brutta

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Cloe aveva 58 anni e non era bella. Non tutti possono esserlo. C’è chi ha gli occhi piccoli, le orecchie a sventola, il mento troppo pronunciato, chi ha il culone o le smagliature.

Cloe aveva però uno sguardo dolce, e se ti alleni, nella tua stupida vita, puoi imparare a vedere oltre l’apparenza. È quello che dicono, che tanti vogliono farti credere ma che tanti non fanno. Perché è un mondo crudele, competitivo basato sulla callicrazia: il governo di belli.

O perlomeno, se sei bello di solito hai la strada più facile di chi è “brutto” o anonimo. È colpa dei belli? No, non più di quanto sia colpa di una faina che uccide tutte le galline in un pollaio. Milioni di anni ci hanno programmati a scegliere l’avvenenza, quelli che noi designiamo come segnali di salute della specie per decidere chi è performante e chi no. E allora amiamo labbra turgide e rosse, occhi grandi, pelli elastiche e muscoli guizzanti, culi sodi e seni prosperosi o pettorali muscolosi.

Cloe è morta bruciata nella sua roulotte, lasciando graffiate e insanguinate le sue ultime parole:

“Io sono brutta, decisamente brutta, sono una donna transgenere. Sono un’offesa al mio genere, un’offesa al genere femminile. Non faccio neppure pietà, neppure questo”.

Cloe, che aveva deciso di cambiare, meritava più attenzione. Meritava i nostri sguardi di interesse e non di scherno. Cloe non offendeva nessun genere e dava lustro a un genere solo, quello umano. Cloe, donna intelligente e attenta, persona sensibile e dignitosa, aveva il diritto, a prescindere dal suo aspetto, di essere accolta da chi le stava intorno. Potrei dire che l’hanno uccisa l’indifferenza, la cattiveria, che la noncuranza e la noia hanno dato il calcio definitivo allo sgabello della sua vita tremante. 

Ma mi viene solo una grande tristezza e penso che potremmo essere tutti migliori, avere occhi più aperti sulla sofferenza altrui e orecchie disposte ad accogliere le parole come conchiglie l’acqua sulla rena.

Cloe amava insegnare, cercava di trasmettere la fisica, quella materia che a volte ci avvicina a Dio e che ci spiega le leggi che governano l’universo. Insegnava all’istituto agrario “Mattei” di San Donà di Piave, in provincia di Venezia. Una terra anch’essa in bilico tra due realtà, quella della terra e quella del mare. Avrebbe potuto continuare a insegnare ai suoi allievi, a cui aveva chiesto di essere chiamata col nome che la rappresentava: Cloe. Ma qualcuno ha deciso altrimenti.

Che è una vergogna signora mia, non si sa dove andremo a finire, questo è quello che vogliamo trasmettere ai nostri figli? Parole, pensieri ottusi, inutili, abbarbicati su se stessi come viticci di glicine, che soffocano e avvinghiano tutto. 

L’assessore regionale all’Istruzione Elena Donazzan, di Fratelli d’Italia (ma che ve lo dico a fare) aveva anche riportato sui social la lettera di un genitore:

“Ma davvero la scuola si è ridotta così? (…) Forse questo è un fatto ‘normale’ per tanti, ma non per noi che viviamo quei valori che ci sono stati donati e che all’educazione dei nostri figli ci teniamo lottando quotidianamente bersagliati ogni giorno da chi quei valori vuole distruggere, teorie gender e quant’altro”. 

E aveva affermato il giorno dopo, cavalcando il caso per cibare di veleno le masse bigotte che la votano, di essere “schifata” dall’atteggiamento della docente, dicendo che “Se qualcuno vuole travestirsi da donna lo faccia a casa sua”.

Valori, una parola che può avere un’eccezione eccelsa come diventare ricettacolo di parole fangose e feroci. D’altronde la Donazzan era recentemente salita alle cronache per i suoi commenti idioti in merito alle molestie al raduno degli alpini di Rimini. (leggi qui sotto)

Cloe era stata sospesa tre giorni per comportamento inappropriato, poi spostata a lavori di segreteria, allontanandola dall’insegnamento. Nel suo blog le ultime parole prima di andarsene: 

“Oggi la mia libera morte, così tutto termina di ciò che mi riguarda. Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte…”

Libera di non doversi più confrontare con persone come l’assessore Donazzan e i bravi genitori che ci tengono ai valori sani di una società di uguali. 

Cloe era forse brutta secondo i canoni della nostra società, e in fondo non importa molto, ma era una persona con il diritto alle sue scelte e penso che certi valori li vedrei volentieri bruciare nel rogo del suo camper. 

Vorrei che il fumo si dissolvesse tra le nebbie del delta del Po’, dove la laguna incontra la terra, l’acqua intride il suolo, si infiltra tra le radici dei canneti e si mescolano due realtà che creano un modo unico e magico.

Un mondo dove due stati sono sospesi a osservarsi e fanno l’amore tra di loro, senza remore ne giudizi, solo perché è naturale che sia così. 

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