Patrizia Cavalli: quando muore una poetessa

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Quando muore un poeta… ci perdiamo tutti. Con Patrizia Cavalli se ne va tanta grazia e tantissimo talento. Cose semplici ma profonde, come solo i Grandi.

Il commissario Montalbano si trova invischiato in un’indagine delicata. Oltre alla classica risoluzione «del caso» deve fare i conti anche con le sue due più grandi passioni: quella amorosa e quella per il teatro, per la parola scritta e declamata. Stiamo scrivendo di un romanzo scritto nel 2018 («Il metodo Catalinotti» ed. Sellerio) e nel suo istante più  cruciale ecco il fulmine:

È tutto così semplice,

sì, era così semplice,

è tale l’evidenza

che quasi non ci credo.

A questo serve il corpo:

mi tocchi o non mi tocchi,

mi abbracci o mi allontani.

Il resto è per i pazzi.

È una poesia di Patrizia Cavalli, la poetessa scomparsa la settimana scorsa. È una celebrazione sincera, un omaggio pieno di considerazione, espresso in tempi non sospetti. In effetti «la poeta», così amava farsi chiamare, è stata davvero una voce fra le più potenti della lirica non solo italiana negli ultimi decenni. Lei prediligeva le parole semplici, amava colpire il lettore con la freccia dell’esattezza, trafiggendolo con fragori di genio sempre più diretti. Era laureata in filosofia, d’accordo, e la sua potenza espressiva proveniva anche da lì (poi aggiungeremmo le sue belle traduzioni di Shakespeare e Molière) per una fusione di ragione-emozione davvero inarrivabile. Del resto quando una rompe il ghiaccio con un titolo d’esordio come «Le mie poesie non cambieranno il mondo», del 1974, c’è poco da aggiungere. Allora aveva come garante Elsa Morante, proprio in quegli anni star letteraria con il gioiello «La storia» (che titolo ambizioso per un tascabile, di più: per la primissima novità in tascabile della letteratura italiana).

La voce di Patrizia Cavalli sembra scaturire da un continuo ed eterno conflitto interiore, quasi fosse sempre a confronto con potenze intime e oscure.

Cosa non devo fare

per togliermi di torno

la mia nemica mente:

ostilità perenne

alla felice colpa di esser quel che sono,

il mio felice niente.

da «Vita meravigliosa», Einaudi 2020, l’ultima sua pubblicazione.

La citazione induce e obbliga a mettere a fuoco un’altra grandissima costante della lirica di Patrizia Cavalli: l’incapacità del piangersi addosso, del vestire i panni del poeta sfigato, del Leopardi aggiornato. La ricerca di felicità fondata su dettagli minimi e quotidiani non è vana, una venatura di ottimismo, o di lievità, è sempre rintracciabile.

Ma per favore con leggerezza

raccontami ogni cosa

anche la tua tristezza.

Dando retta e ascolto ad una che ne capisce e sa auscultare, la scrittrice e saggista Elisabetta Bucciarelli, ci piace qui citare un’altra sua grande poesia, che sa centrare l’essenza della lirica di Patrizia Cavalli.  

Io so qual è la parola

giusta.

Io lo so e tu non lo sai

non lo sai perché hai paura

io lo so perché ho il coraggio.

Non è mio questo

coraggio

però è mio quando ce

l’ho.

Lessico, metrica, spazi bianchi, ritmo, sguardo, tema: è tutto da applausi.

Quando muore un poeta ci perdiamo tutti, ma proprio tutti. E con Patrizia Cavalli la perdita è davvero grave. Che le sia lieve la terra.

Bibliografia:

1974: «Le mie poesie non cambieranno il mondo»

1981: «Il cielo»

1992: «L’io singolare proprio mio»

1999: «Sempre aperto teatro»

2005: «La guardiana»

2006: «Pigre divinità e pigre storie»

2011: «La patria»

2012: «Al cuore fa bene far le scale»

2013: «Datura»

2017: «Flighy matters»

2020: «Vita meravigliosa»

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