Tecnologie basate sulla vita

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Non si scappa, domani dovremo valutare con lungimiranza l’utilizzo non solo di fonti rinnovabili, sia a livello energetico che produttivo, ma dovremo “regredire” usando sistemi naturali, basati sulla vita stessa per risolvere problemi puntuali.

Sistemi che esistono già da millenni e che noi, negli ultimi decenni di iperconsumo abbiamo snobbato in preda a una frenesia da mitomani, estraendo, sfruttando, sintetizzando.

Sistemi che magari erano già parzialmente in uso secoli fa. Un esempio? Lo Yakisugi giapponese, ovvero il legno bruciato.

Un sistema in uso da secoli, che protegge e mantiene il materiale legnoso, ora riscoperto dall’architettura moderna ecologica (il green building). Il legno così non solo non necessita di manutenzione ma è anche ignifugo e impermeabile, un sistema semplice, senza utilizzo di vernici o materiali sintetici.

Oppure, con le fibre interne della canapa, si possono creare pareti leggere e resistenti quasi quanto il cemento, riducendo anche i costi di trasporto grazie alla leggerezza del materiale. E ancora c’è il Ferrock, un nuovo materiale in grado di riutilizzare polvere di ferro raccolta dai processi di produzione industriali. Non solo rappresenta un valido concorrente al cemento per forza e resistenza, ma si caratterizza come prodotto unico in grado di assorbire e intrappolare gas chimici durante il suo processo di indurimento.

Il neurobiologo Stefano Mancuso, ci parla invece delle piante come sistema concreto per combattere i cambiamenti climatici, e si spinge anche oltre (leggiamo da una sua intervista su repubblica): 

“È chiaro che le piante sono la soluzione concreta al problema del riscaldamento globale per la loro capacità di assorbire anidride carbonica; significa che abbiamo in mano una soluzione straordinaria, bisogna soltanto far capire quanto lo è. Siamo ossessionati dalla tecnologia e invece il futuro sarà fatto di tecnologie basate sulla vita, perché ad oggi un euro investito in alberi è mille volte più redditizio di qualsiasi altra spesa. A volte penso che se chiamassimo gli alberi “colonnine ad alta efficienza per assorbimento di anidride carbonica” avremmo subito molti più soldi da usare per i rimboschimenti”.

Recentemente, dei ricercatori del MIT hanno sperimentato in laboratorio una tecnica per generare materiale vegetale simile al legno, un modo di produrre materiale da costruzione senza però andare ad intaccare le foreste. Dove ieri si creavano plastiche, polimeri e si trovavano tutte le funzioni possibili dai derivati del petrolio, oggi si cerca con successo di ricreare o ottimalizzare materiali naturali.

Ecco perché la nuova frontiera è nell’osservazione di animali e piante, per riprodurre quei sistemi che la natura ha perfezionato da milioni di anni. La nostra visione snob, legata al boom economico del dopoguerra e alla società dei consumi, ha reso fino ad oggi, “fuori moda” un concetto che oggi si fa prepotentemente strada nella ricerca, nelle costruzioni e nella vita di tutti i giorni.

Diamo sempre la parola a Mancuso, che parla di rimboschimenti mirati:

“…negli ultimi due secoli l’uomo ha tagliato 2mila miliardi di alberi, ripiantarne un miliardo non dovrebbe essere così complicato. Mi stupisce che le critiche a questa idea siano più dure di quelle indirizzate a coloro che disboscano. Queste cose devono convivere, ma mi sembra davvero che si cerchi il pelo nell’uovo: iniziamo a non tagliare più e quindi a preservare le foreste, poi piantiamo il più possibile, lo spazio c’è. Usiamo una superficie del Pianeta che è quattro volte gli Stati Uniti per allevare animali e dargli da mangiare, ma da questa enorme quantità di terra produciamo il 20% delle calorie che usiamo. Non voglio una crociata vegetariana, ma basterebbe ridurre di un quarto il nostro consumo di carne”.

Un piano ambizioso, che si scontra con interessi particolari e resistenze di principio. Un piano che sembra però lentamente avviato per la china giusta, una discesa sulla quale sono avviati progetto verdi ed ecologici, che prendono ogni giorno più velocità.

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