Un vento di sinistra rinfresca l’America

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Una ventata che vira a sinistra, sembra soffiare in America latina. Un bacino composto da centinaia di milioni di persone, 642 per la precisione. L’ultima elezione, quella Colombiana, vede la vittoria epocale di Gustavo Petro.

Nel 2018, In Messico (secondo paese più popoloso dell’America latina dopo il Brasile), viene eletto Andrés Manuel López Obrador. Ex militante del Partito Rivoluzionario Istituzionale, si distinse per le sue lotte contro il gigante petrolifero Pemex. 

L’anno dopo tocca ad Alberto Fernandez in Argentina, peronista moderato, non può essere definito di sinistra, ma di certo ha un’impronta fortemente sociale e ha rapporti molto tesi col Brasiliano Bolsonaro, populista di destra. A Panama sempre nel 2019 viene eletto per il centro sinistra Laurentino Cortizo Cohen. Nel 2020, Luis Arce vince in Bolivia, che vede tornare un seguace di Morales alla presidenza dopo i tentativi di instaurare un governo di destra con l’avallo degli Stati Uniti. Poi in Perù vince di misura, contro la figlia dell’ex corrotto presidenze Fujimori, Pedro Castillo, ex sindacalista e insegnante. 

In Honduras è Xiomara Castro, di Libertà e rifondazione (partito da lei creato col marito) a vincere le elezioni, precedentemente aveva militato nel Fronte Nazionale di Resistenza Popolare, partito di sinistra, anticapitalista e antineoliberista.

Vittoria storica quella cilena, che porta alla leadership il giovane Gabriel Boric, 35 anni, laureato in giurisprudenza, attivista di Izquierda autonoma (sinistra autonoma) con un passato nell’attivismo studentesco. (leggi qui sotto)

Oggi tocca alla Colombia che vede Gustavo Petro, di Pacto Historico, raggiungere le vette del potere, un primato in un paese che ha sempre votato a destra.

“È un giorno di festa per il popolo. Che festeggia la prima vittoria popolare. Che tante sofferenze siano attutite dalla gioia che oggi inonda il cuore della patria. Questa vittoria è per Dio e per il popolo e la sua storia. Oggi è la giornata delle strade e delle piazze”.

Ha scritto a caldo Petro su twitter. Il nuovo presidente Colombiano, leader di Colombia Humana è stato eletto nella coalizione di sinstra Pacto Historico, è inoltre stato sindaco di Bogotá tra il 2012 e il 2015. Ex attivista dell’M-19 negli anni ’80 ( Movimiento 19 de abrìl, organizzazione di guerriglia insurrezionale rivoluzionaria di sinistra) aveva come mira riportare soprattutto la democrazia nel suo paese.

Tra i punti chiave del suo programma figurano una riforma agraria per ripristinare la produttività di 15 milioni di ettari di terreno e porre fine allo strapotere dei narcos, l’interruzione di tutte le nuove esplorazioni petrolifere per liberare il Paese dalla dipendenza dalle industrie estrattive e dai combustibili fossili, infrastrutture per l’accesso all’acqua e lo sviluppo della rete ferroviaria, investimenti nell’istruzione pubblica e nella ricerca, riforma fiscale e riforma del sistema sanitario, in gran parte privatizzato. Inoltre ha fatto un suo cavallo di battaglia della lotta alla fame, che ancora oggi colpisce centinaia di migliaia di colombiani. Sostiene proposte progressiste sui diritti delle donne e sulle questioni LGBTQ. Ha dichiarato anche di voler riprendere le relazioni con il Venezuela di Maduro.

Ora il mondo guarda al Brasile e alle elezioni dell’ottobre 2022, che prevede uno scontro tra titani tra il fascistoide Jair Bolsonaro, attuale presidente in carica, e l’ex presidente Ignazio Lula da Silva. Visti i chiari di Luna, Lula sembrerebbe avvantaggiato, anche in seguito alle numerose follie perpetrate da Bolsonaro durante la sua legislatura (leggi qui sotto)

Il Brasile, con una popolazione che supera i 200 milioni e un territorio immenso, pur non essendo un paese di lingua ispanica, potrebbe diventare un elemento trainante per una politica più latinocentrica e meno legata agli Stati Uniti. 

La lunga e dolorosa strada per l’emancipazione del “cortile di casa” degli statunitensi è ormai avviata nonostante decenni di guerriglie, criminalità e colpi di stato. Ma è innegabile che la dipendenza dagli states sta arrivando alla fine. Se un domani si riscriverà la storia del continente americano, sarà più una storia collaborativa tra pari che di dominazione occidentale. 

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