2072, la fine della civiltà umana

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Loro, quelli del Club di Roma, lo avevano predetto. Dati, cause e le attuali conclusioni. Messo nero su bianco in un famoso rapporto del 1972 in cui, già all’epoca, ci raccontavano come l’inquinamento e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del Pianeta avrebbero portato la nostra civiltà sull’orlo del precipizio. Tutto questo nel giro di un secolo. Una previsione ancora oggi più attuale che mai.

Ma che cos’è il Club di Roma? Nulla a che vedere con il calcio. È piuttosto un’associazione non governativa e no profit, formata da scienziati, economisti, uomini e donne d’affari, da attivisti per i diritti civili, alti dirigenti pubblici e capi di Stato di tutti e cinque i continenti. La sede attuale del Club è a Winterthur, in Svizzera. E il suo scopo, fin dalla fondazione avvenuta a Roma nel 1968, è quello di metterci in guardia rispetto al corrente modello di sviluppo economico.

Non a caso, il primo rapporto pubblicato esattamente cinquant’anni fa con il titolo “The limits to growth”, ovvero “I limiti della crescita”, è stato uno studio pionieristico che ci ha mostrato l’assurdità di voler inseguire a tutti i costi un modello economico basato esclusivamente su di un crescente e continuo sfruttamento delle risorse del Pianeta. Del resto, sono decenni che da più parti ci s’interroga su come sia ancora possibile immaginare uno sviluppo infinito di fronte a un Pianeta dalle risorse in via d’esaurimento. 

Ciò che il Club ha fatto è stato quindi evidenziare le connessioni tra salvaguardia dell’ambiente, utilizzazione dell’energia e sviluppo demografico. E la conclusione di quel rapporto all’epoca pubblicato in milioni di copie e tradotto in almeno trenta lingue, diceva che se l’uomo avesse continuato a estrarre risorse non rinnovabili, a inquinare pesantemente e a far crescere la popolazione in modo insostenibile, la nostra civiltà avrebbe rischiato di crollare nel giro di un secolo.

Oggi, pensando ai cambiamenti climatici, ai fenomeni atmosferici estremi e all’inquinamento, possiamo dire che quelli del Club, c’avevano visto giusto. C’avevano visto lungo. Le variabili in gioco erano allora come oggi cinque: popolazione, produzione alimentare, produzione industriale, risorse naturali e inquinamento.A condurci al collasso, secondo i modelli elaborati dal Club, erano nella maggior parte dei casi la combinazione di più fattori.

Ma in che modo potremmo immaginare d’emanciparci dagli scenari peggiori? Semplice. O almeno lo è all’apparenza. Con una gestione più equa delle risorse, sapendo in anticipo che sono limitate. Avendo cioè in chiaro che non è l’aumento dei consumi a regalarci il benessere e a darci una vita sana. Dovrebbe essere questo il punto da cui partire, per puntare casomai sulla qualità delle nostre relazioni con gli altri esseri umani, con la natura, separando così il benessere dalla crescita dei consumi.

Tutto dovrebbe avere inizio dalla riduzione della nostra impronta ecologica, ricordandoci sempre che l’impronta media negli Stati Uniti, così come pure in Europa, è dalle venti alle quaranta volte superiore all’impronta media in Africa. Tutti noi abbiamo da tempo un’impronta ecologica troppo elevata rispetto a quanto la Terra possa sopportare. Così solo riducendo drasticamente l’impronta ecologica dei cosiddetti paesi ricchi potremo sperare di non finire davvero nel peggiore dei modi. Il 2072 non è poi così lontano.

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