Mi chiamo Mo, ero uno schiavo

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Le catene e la frusta non ci sono più, ma la tratta di esseri umani e il loro sfruttamento è realtà in molti Paesi. E non solo in Medio Oriente o in altri Paesi poveri. Il caso di Mohamed riguarda infatti la verde Inghilterra.

Mo non è uno qualunque, è Mohamed Farah, o perlomeno è conosciuto con questo nome che non è il suo. Mo è stato campione olimpico, mondiale ed europeo dei 5’000 e dei 10’000 metri piani e, a 39 anni, ha deciso di ritirarsi dalle scene. E ne ha approfittato per raccontare, in un documentario della BBC, la sua vera storia.

“La verità è che non sono chi pensate che io sia” -Esordisce Mohamed- “Mi chiamo Hussein Abdi Kahin e sono stato portato illegalmente nel Regno Unito con il nome di un altro bambino”.

Portato da Gibuti in Gran Bretagna all’età di soli 9 anni, Mo fu privato dei documenti e costretto a lavorare come domestico. Mo era convinto di recarsi presso dei parenti in Inghilterra, ma il suo destino sarebbe stato un altro, un destino amaro e di sofferenza:

“La vera storia è che sono nato nel Somaliland, nel nord della Somalia, come Hussein Abdi Kahin. Nonostante quanto detto in passato, i miei genitori non hanno mai vissuto nel Regno Unito. Quando avevo quattro anni, mio padre morì nella guerra civile e la mia famiglia fu divisa. Sono stato separato da mia madre e portato illegalmente nel Regno Unito sotto il nome di un altro bambino chiamato Mohamed Farah. Penso spesso all’altro Mohamed Farah, il ragazzo di cui ho preso il posto su quell’aereo. Spero davvero che stia bene”.

Così racconta l’atleta di origine somala. In Paesi devastati dalla guerra, la tratta di esseri umani, lo sfruttamento e l’abuso sono spesso la regola, lo vediamo anche noi tutti i giorni, conoscendo gli abusi perpetrati sulla pelle delle migliaia di migranti che affollano le rive del Mediterraneo o che attraversano i Balcani.

Mo è stato costretto a lavorare anche solo per mangiare e se piangeva veniva chiuso in bagno. Può solo sfiorarci la sofferenza di un bambino di quell’età, sradicato, privato dell’affetto, minacciato e costretto a lavorare. Per fortuna per Mohamed il riscatto è stato nell’atletica.

Tenuto fuori da scuola dalla sua famiglia sfruttatrice fino all’età di 12 anni, Mo è riuscito a sfuggire all’incubo dopo aver raccontato tutto al suo insegnante di ginnastica Alan Watkinson, al Feltham Community College. L’uomo gli ha trovato una casa e lo ha aiutato a fare le pratiche per ottenere la cittadinanza britannica. Chi lo conobbe a quell’epoca, lo definì un bambino “emotivamente e culturalmente alienato”.

Ma l’amore di Mo per lo sport, gli ha permesso di sfuggire correndo ai fantasmi che lo hanno inseguito durante l’infanzia, fantasmi che però probabilmente, lo riacchiappano appena si ferma per riposare.

Mohamed aveva anche un gemello, da cui rimase separato per dodici anni. Oggi suo fratello è un ingegnere delle telecomunicazioni spostato e con cinque figli. Anche Mo si è sposato nel 2010 ed ha avuto tre figli, che non dovranno soffrire l’ordalia che è toccata a lui.

Nel 2017, questo piccolo e scarno bambino somalo, diventato adulto e campione, viene ospitato a Buckingam Palace, dove la regina, posandogli una spada sulla spalla, lo ha nominato Cavaliere per meriti resi all’atletica.

Sir Mohamed, dopo l’investitura ha detto:

“Nel corso degli anni si sogna di diventare qualcosa o di fare qualcosa nella propria carriera, ma arrivare al livello più alto e diventare un campione olimpico è sempre stato il sogno. Per un bambino di otto anni che viene dalla Somalia e non parla una parola di inglese, essere riconosciuto dal proprio Paese è incredibile”.

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