Black Alien non trova lavoro

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Farebbe tenerezza se non facesse anche un po’ paura. D’altronde se ti tatui tutta la faccia compresi i bulbi oculari, ti fai amputare le orecchie, parte del naso e ti fai incidere la lingua per renderla biforcuta, un po’ del tuo ce lo metti.

A questo punto, se la gente cambia marciapiede quando la incroci è anche normale, ed è forse l’effetto che tu, caro Black Alien, volevi raggiungere. Le lamentele di questo poveretto che non trova lavoro, sono quelle di tante persone, se però da una parte è bello non avere pregiudizi, oggettivamente un limite, anche se piccolo ci può essere.

Black Alien è il “nome d’arte” di Anthony Loffredo, francese di ovvie origini italiane. Un nome che descrive genericamente il ceffo che il povero Anthony è diventato dopo una serie di interventi, tra i quali amputazioni e impianti chirurgici che gli rendono il viso “alieno” e bitorzoluto. L’ultima operazione di Anthony è stata la rimozione del labbro superiore. Chi sia poi l’infame che si presta a questi interventi, ovviamente non si sa.

Comunque pure io, che sono di larghe vedute, non posso non rendermi conto che Anthony, oltre che alieno, è pure un alienato. Non è tanto il fatto che si tatui e si faccia i piercing, ma se si riduce in quello stato, posso desumere che non sia proprio la persona più in pace con se stessa che calca il pianeta terra. Poi su Alpha centauri magari è un modello di Kalvin Klein, ma qui alla gente fa paura.

Scherzi a parte, quando osserviamo Loffredo, non riusciamo effettivamente nemmeno più a scorgere un individuo della nostra specie. I tatuaggi, le scarificazioni, le amputazioni e gli impianti hanno ormai reso Loffredo davvero un (purtroppo) terrorizzante coacervo di extraterrestralità. Cosa spinge una persona a ridursi così è ambito psichiatrico, io non ho le qualifiche per trovare spiegazioni, non posso però fare a meno di vedere il profondo disagio che ha portato Loffredo a prendere questa china. 

Anthony ora si è però reso conto del “lato oscuro” di questa sua trasformazione, che è, appunto, l’alienazione sociale ma anche lavorativa. 

«Non riesco a trovare un lavoro, ci sono molte cose negative. Potrebbe essere positivo perché ti fa sentire meglio, ma devi sapere che c’è anche un lato oscuro (…)È una lotta tutti i giorni, perché ogni giorno trovi nuove persone che non capiscono, che vogliono giudicare. È la vita, non tutti capiscono tutto. Come me, non capisco molte cose di molte persone. Non puoi giudicare qualcuno, nessuno sa cosa c’è nella testa di qualcuno, perché lo stanno facendo, devi parlare con questa persona».

Da un lato penso che Anthony è matto come una cavalla marzolina. Dall’altro non riesco a non dargli ragione, e queste due sensazioni combattono dentro di me: da una parte la logica che vede la follia, dall’altra il sentimento che mi dice che in fondo lui ha ragione e dovremmo parlare con le persone senza avere pregiudizi di sorta. Anthony in fondo è un “mostro” creato, quando noi abbiamo per secoli e ancora oggi, perseguitato mostri inconsapevoli e incolpevoli o anche solo persone che avevano un etnia o religione diversa dalla nostra.

Anthony è un memento, una sfida: riesci a sopportare la mia vista? Riesci a vedere oltre il “mostro”?

Eppure l’etimologia di “mostro è chiara: dal latino “monstrum”: segno divino, prodigio’, dal tema di monēre ‘avvisare, ammonire’. 

E Anthony ci ammonisce a superare le barriere, ci avvisa di tornare, per assurdo, umani, nella capacità di scorgere l’empatia oltre lo scudo di carne di un corpo martoriato. Difficile, lo so, ma almeno proviamoci

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