Cinque storie da Oriente

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IRAN

Stando all’ultimo rapporto delle Nazioni Unite dello scorso 21 giugno, la Repubblica Islamica sta ricorrendo all’uso della pena capitale in modo crescente. L’aumento è coinciso con l’ascesa alla carica presidenziale dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi, che già durante la sua carriera di magistrato aveva fatto ampio uso del boia.

Nei primi tre mesi del 2022 in Iran sono state giustiziate 105 persone, nel 2020 erano 260 mentre nel 2021 se ne contavano 310, incluse 14 donne.

Il capo dei servizi segreti delle Guardie rivoluzionarie Hossein Taeb, dopo 12 anni di servizio, è stato destituito dalla sua posizione. Il 59enne ex comandante delle Forze paramilitari popolari (Basiji), noto per una lunga storia di abusi e intimidazioni, era considerato un leader crudele e sanguinario. L’opposizione iraniana lo accusa di essere l’arteficie di omicidi e complotti, nonché l’autore di numerosi piani di uccisioni mirate.

I colloqui sul nucleare iraniano, in stallo dal marzo scorso, con accuse reciproche tra Washington e Tehran di averle bloccate, sono ripresi a Doha in Qatar, ma finora senza esito e si ricominceranno dopo la visita di Biden in Medio Oriente in programma dal 13 al 16 luglio, con tappe in Israele e Arabia Saudita.

La notizia è stata data lunedì, dal portavoce del ministro degli affari Esteri Saeed Khatibzadeh, in occasione della visita dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’UE Josep Borrell, seguita all’incontro di sabato scorso con il ministro degli Esteri Amir-Abdollahian. Il capo della diplomazia dell’Unione Europea ha dichiarato: “la mia visita a Tehran ha un obiettivo principale, quello di dare nuovo slancio ai negoziati e riportare in carreggiata l’accordo sul nucleare”.

Tale accordo venne raggiunto a Vienna il 14 luglio 2015, siglato dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania e l’Unione Europea. L’8 maggio 2018 il presidente americano Donald Trump, dietro espressa richiesta di Israele, annunciò unilateralmente l’uscita dall’accordo rilanciando durissime sanzioni economiche nei confronti dell’Iran, al fine di indurre “il brutale regime iraniano” a “cessare le proprie attività destabilizzanti”.

ISRAELE

La politica dello Stato ebraico da diversi anni è fluida e frammentata, con partiti e leader che fanno e disfano coalizioni, guadagnando e perdendo moltissimi elettori in breve tempo. Per la quinta volta in soli tre anni e mezzo Israele tornerà alle urne. L’eterogenea coalizione di maggioranza, con al suo interno otto partiti comprese forze di sinistra e della destra nazionalista, ha esaurito l’opzione di stabilizzare il Paese.

Il “Governo del cambiamento”, nato con lo slogan “tutti tranne Netanyahu” che è stato guidato da Naftali Bennett, è durato solo 305 giorni. Lo scopo principale della coalizione era esautorare Bibi e porre fine ai 12 anni ininterrotti di potere dell’ex premier. Bisognava guadagnare il tempo necessario affinché la giustizia rendesse impossibile il suo ritorno in seguito alle tre inchieste per corruzione che lo riguardavano.

Israele potrebbe tornare al voto nel prossimo autunno e Benjamin Netanyahu, da vittima, tornare ad essere carnefice. Il suo partito, il Likud, potrebbe raggiungere 60 deputati più uno, grazie al partito dei coloni che ha abbandonato il proprio leader Bennett. Il Likud, che letteralmente significa consolidamento, da tempo non è più un partito di centrodestra, ma è sempre più un partito della destra radicale e antipalestinese.

Per raggiungere i numeri necessari andrebbe a pescare fra i deputati estremisti e razzisti come Itmar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Individui un tempo arrestati per il loro comportamento, sono oggi deputati, e potrebbero anche diventare ministri.

Mentre Bibi sogna un clamoroso ritorno al potere, Gideon Sa’ar, ex suo alleato dichiara: “l’obiettivo delle nuove elezioni è chiaro, impedire il ritorno di Netanyahu e l’assoggettamento degli interessi del Paese al suo interesse personale”.

L’ultima speranza del centro e della sinistra laica rimane Yari Lapid. A metà luglio sarà lui a ricevere Biden, in accordo con Bennett, e ricoprirà la carica del premier fino alle nuove elezioni. Il presidente USA, alla prossima occasione, si troverebbe ad affrontare un rappresentante dell’ultra destra, da sempre calorosamente detestato da lui e da Barack Obama.

SRI LANKA

Con una popolazione di 22 milioni di abitanti e un debito estero di quasi 50 miliardi di euro, il Paese sta fronteggiando una grave carenza di carburante, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e la mancanza di farmaci.

Il 22 giugno un camionista, in attesa da 5 giorni di far rifornimento, è morto all’interno del proprio mezzo. Si tratta della decima vittima fra le centinaia di persone in coda ai distributori.

La situazione è drammatica, una madre disperata per lo stato di povertà in cui si trova ha gettato il figlio nel fiume Kelani e poi ha tentato il suicidio. Il Ministro della pubblica amministrazione ha dichiarato il venerdì quale giorno festivo per i prossimi tre mesi. La norma vale anche per la scuola, per alleggerire il peso dei trasporti in un settore in cui solo il 20% dei mezzi sono operativi a causa della mancanza di benzina.

TURCHIA

“Turkey O Türkiye”? Una disputa, non solo letterale, si cela dietro l’ennesima campagna del sultano Erdogan, portata avanti per rilanciare l’immagine del Paese all’estero e puntellare una traballante leadership interna in vista delle presidenziali del 2023.

Il nazionalismo e l’Islam promosso negli ultimi anni dal neo-ottomano si conciliano male sul piano internazionale. Infatti la denominazione del Paese, Turkey, viene associata al “tacchino”, piatto simbolo dei pranzi natalizi o della festa del Ringraziamento negli USA.

Verso gli inizi di giugno è stato lanciato il nuovo nome e un nuovo brand che coinvolge anche la principale compagna aerea nazionale. Questa iniziativa sta però incontrando molte critiche e ha scatenato iniziative contrarie, anche in chiave ironica e dissacratoria.

Da un lato è chiaro che tra nazionalisti prevale lo spirito turco, soddisfatti dell’uso del proprio vocabolario, dei propri nomi e della propria bandiera, dall’altra non si ritiene questo un problema rilevante con una popolazione alle prese con la crisi economica, la pandemia ancora non archiviata, l’inflazione galoppante, i rifugiati e tutto quanto sta accadendo dentro e fuori il Paese. Ma senza dubbio l’iniziativa ha sollecitato la sensibilità interna.

Nel frattempo l’ONU ha accettato in via ufficiale il cambio del nome. Il portavoce delle Nazioni Unite ha dichiarato che “la modifica del nome del Paese è entrato in vigore al momento della ricezione della richiesta scritta”.

Gli sforzi messi in campo da Erdogan rischiano però di essere vanificati da una campagna lanciata nei giorni scorsi su “change.org”. La petizione intende cambiare in nome del tacchino da Turkey in Türkiye, facendosi beffa del sultano turco.

YEMEN

Il 25 giugno il Programma Alimentare Mondiale WFP ha annunciato di trovarsi costretto a ridurre, ancora una volta, gli aiuti alla popolazione dello Yemen, Paese segnato da otto anni di guerra e in preda a una crisi economica devastante.

Il WFP afferma di poter fornire meno del 50% del fabbisogno giornaliero per solo 5 milioni di persone, per i restanti 8 milioni di persone sarà messo a disposizione solo il 25% del necessario sostegno alimentare (ogni mese il WFP fornisce assistenza alimentare a 13 milioni di persone su un totale di 30 milioni di abitanti).

Questa ulteriore stretta è dovuta al mancato finanziamento da parte dei Paesi donatori. Solo il 25% dei circa due miliardi di euro necessari per sostenere i programmi di aiuto sono stati versati.

Oltre alla mancanza di fondi e all’inflazione globale, ad acuire la devastante crisi alimentare sono le interruzioni delle forniture di grano e il divieto di esportazione di cereali da parte del governo indiano.

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