Ergastolo e silenzio sul caso di Willy

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Willy Duarte, riposa all’ombra della giustizia, che ha comminato l’ergastolo ai fratelli Bianchi, correi nella sua uccisione e che ha sancito pene pesantissime per i complici.

Nonostante i proclami di innocenza e i teatrini dei due fratelli picchiatori, i fatti erano talmente acclarati da lasciare spazio a pochi dubbi. A suo tempo, avevamo fatto un, purtroppo, scontato parallelismo tra la morte di Willy e quella di Damiano Tamagni. (leggi qui sotto)

Alla questione avevamo dedicato anche un Podgas. Un testo audio in cui narravamo dei due fratelli, una vita vissuta all’insegna dell’apparenza e della violenza (ascolta qui sotto)

I media presenti al processo hanno testimoniato la pacata compostezza dei familiari, il cui dolore non è stato lenito da una sentenza doverosa. E che dire a una madre che vede morire così un figlio. Nelle parole dei giudici, c’è la punizione per un fatto orrendo e triste, che però non riesce a rattoppare lo squarcio che i picchiatori hanno inferto a una famiglia, a un cerchio di affetti, a un quartiere che si richiude nella sua immotivata ma comprensibile vergogna.

Ecco perché la gente di Colleferro, il comune del Lazio in cui è avvenuta l’uccisione, è stanca dell’attenzione mediatica che li ha resi inconsapevoli complici del delitto. Non in quanto correi, ma perché il circo dei media non ha pietà per nessuno, sviscera, apre porte, scava negli scantinati per trovare notizie da dare in pasto ai propri lettori o ascoltatori. 

E allora forse, il silenzio pietoso su questa vicenda è doveroso, come è doveroso fare qualcosa per cercare di arginare qualsiasi tipo di violenza, soprattutto quella immotivata come nei casi di Willy e Damiano. Una violenza che non è solo colpa di chi la commette, ma anche di chi non fa a sufficienza per trovarne le radici ed impedire che si sfoghi sul poveretto di turno. La violenza, intrinseca alla specie, intessuta nella carne e nella pancia degli esseri umani, deve essere vivisezionata sul tavolo della collettività e dello stato. 

È ovvio che pretendere di eliminarla è un’utopia. Eppure, ci si rende conto, e soprattutto in Ticino negli ultimi anni, quanto sia importante agire soprattutto sui giovani, su coloro che possono essere potenziali aggressori, figli di un mondo disfunzionale, di affetti inadeguati, di maltrattamenti o solo di percorsi sfortunati. Nel nostro cantone, la rete è ricca. Assistenti sociali, educatori, psicologi, autorità cantonali collabora meglio e in maniera più solerte anche solo rispetto a 10 anni fa. Nuove teorie, nuovi progetti, nuove metodi, cercano di lavorare alla radice di questo disagio che troppo spesso si trasforma in violenza sugli altri o su sé stessi.

Ha ragione chi dice che non si deve esultare per la sentenza, anche se quanto è avvenuto, soprattutto sentendolo dalle parole dei testimoni, è un aggressione brutale e senza pietà.

“Sono rimasto accanto a Willy fino a quando i paramedici non l’hanno portato via, ero in pena per lui come fosse un figlio. Quella in cui è rimasto vittima Willy è stata una scena disperata, tra le più cruente alle quali ho assistito durante i miei anni di servizio”.


Ha dichiarato il maresciallo dei carabinieri Antonio Carella al processo. 

Esultare vuol dire non capire quanto dolore c’è anche intorno ai vacui fratelli Bianchi, anch’essi vittime di sé stessi e di una società inadeguata a gestirne le turpi gesta. Questa sentenza deve essere un invito a lavorare ancora più duro, perché le morti di Willy e Damiano siano servite a qualcosa, perché la società sia sempre più attenta a cogliere e gestire segnali di disagio che troppo spessi scopiamo sotto il tappeto come sporcizia

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