Eugenio Scalfari, giornalista, scrittore e filosofo

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E alla fine la Regina (così il Grande Eugenio amava chiamare la morte) è riuscita a dare scacco matto al Re, pizzicandolo alla soglia dei 100 anni, mentre sulla scacchiera pedoni e torri e cavalli e alfieri si chinavano, con sentimento di gratitudine e di rispetto. Scalfari se ne è andato e un refolo di vento ha fatto della sua creatura “Repubblica” un coloratissimo aquilone svettante fra lo svolazzare caotico di tanti altri paginoni omnibus, di impostazione grigio generalista e con vocazione all’atterraggio anonimo.

La squadra redazionale non indugiò un solo attimo per ribattezzare quella sorta di guru, un geniale (Eugeniale?) entusiasta dotato di favolosa ubiquità intuitiva, con il nome di “Barbapapà”: per via di quel budget sterilmente cospicuo messo su tavolo dal gruppo editoriale, i collaboratori non risutarono poi molti. Si contavano senza fare notte ma il loro numero era figlio della ragionata logica di fondo del nuovo quotidiano che puntava a una struttura agile, fessibile e soprattutto libera da zavorre pisolanti.

Eppure quella sessantina di giornalisti messi sulla bilancia delle competenze e dei talenti esprimeva un enorme tonnellaggio di esperienze cuturali e professionali: c’erano le più prestanti firme del giornalismo d’opinione che l’Italia potesse esprimere, da Giorgio Bocca a Miriam Mafai, da Natalia Aspesi a Corrado Augias, da Alberto Arbasino a Barbara Spinelli.

Il progetto editoriale decolla la sera del 13 gennaio 1976, in Piazza Indipendenza a Roma, sputato da una piccola e ansante rotativa ‘Goss’ che sforna, a ernia tesa, meno di ventimila copie ogni ora.

Scalfari percepisce l’urgenza di inserirsi nel dialogo del dibattito politico e sociale occupando un ruolo assolutamente inedito, lontano dalla consunta e tradizionale tendenza della stampa a sorreggere acriticamente l’ideologia delle varie forze politiche.

Il Grande Eugenio fa l’occhiolino ad una fisionomia di comunicazione scolpita nella matrice liberal, ribelle a ogni tipo di pregiudizio di parte grazie alla sua fibra muscolosa e giovane, testata per opporsi alle cosmiche pressioni e alle ingerenze dei poteri forti. Il desiderio di generare una creatura originale in ogni sua caratteristica suggerisce anche la scelta del formato: ci si orienta sul tabloid, sul modello del francese “Le Monde”, salutando la flotta dei lenzuoloni esposti nelle edicole, non sempre a favore di vento.

Lo spazio compresso pare attribuire alle colonne una forza misteriosa, condensata in un mix di attrattivo e di esplosivo. E la prima pagina si afferma nell’estetica di un’effettiva copertina, sovrastata da un unico titolo che spadroneggia, composto con un massimo di due o tre parole, che già sono troppe.

“Repubblica” si afferma per la sua audace singolarità comunicativa ma soprattutto per i suoi contenuti legati alle espressioni di una stampa libera, responsabile, analitica e politicamente impegnata.

Scalfari arriverà a sottolineare l’obiettivo di una funzione centrale nella vita democratica del Paese e la grande fame di autonomia gli procurerà una infinita schiera di nemici e di detrattori, di sistematici dinamitardi vanamente concentrati sul riassesto delle museruole per compiacere il mondo politico, l’universo economico e il pullulare dei perversi interessi di parte. Ma quella barba folta, ovattata e bianca si presenta come una invalicabile barriera, come la metafora di una trappola ferale per zanzare, mosche e moscerini che proliferano nel gregariato della prepotenza.

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