Fetrah, quando purezza non rima con diritti

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Il mese del pride è finito da una settimana. Ora che i carri hanno sfilato lasciandosi dietro paillettes e buon umore, i cartelloni arcobaleno possono ritornare nei bauli in soffitta per aspettare di essere tirati fuori l’anno prossimo. Abbiamo manifestato per i diritti delle minoranze, ora va tutto bene. Abbiamo la coscienza a posto. 

No? 

No. 

Perché la festa multicolore non è piaciuta a tutti. E di strada da fare ce n’è ancora molta. 

Come romani incazzati su TripAdvisor dopo aver adocchiato nel menù di un ristorante irlandese una carbonara con la panna, molti si sono scagliati contro il Pride. Se la maggior parte degli haters si è limitata a commenti irati sotto foto di carri, c’è anche chi è andato oltre. 

Ed è dall’Egitto che ci viene la notizia di un nuovo trend, la cosiddetta fetrah, traducibile con “purezza”, quella purezza che ci contraddistingue alla nascita, quando non abbiamo ancora sfiorato il peccato. 

Solo che, nella nozione di “peccato” del gruppo di giovani salafisti che hanno lanciato questo trend, c’è di tutto e di più. È haram per una donna non portare il velo integrale, è haram l’omosessualità, è haram conoscere il proprio partner prima della notte di nozze. 

Insomma, è haram vivere liberi, perché il movimento fetrah è nato per combattere la dissolutezza dei valori della società araba che si sta “rammollendo” di fronte alla cultura occidentale veicolata da Netflix, Amazon, Disney e praticamente tutto il mondo dell’intrattenimento che si sta liberalizzando. 

Se la fetrah si limitasse a qualche commento sui post di Al Jazeera la cosa finirebbe lì com’è cominciata. Ma il movimento sta prendendo piede in tutto il mondo arabo, su internet e non solo. Un movimento di hashtags omofobi che si traducono in atti di violenza in nome della “famiglia islamica tradizionale” (o anche cristiana, come nel caso dei Jounoud al Rabb libanesi, i soldati di Dio) e di bandiere rosa-blu (indovinate perché…) appese in centri medici, dai dentisti e perfino nei centri commerciali. Un vero anti-pride che cerca di far tacere i timidi movimenti per i diritti LGBT (e per i diritti umani tout court, au passage) che stanno fiorendo poco a poco nel mondo arabo. 

Per combattere la “gayficizzazione” (non scherzo, hanno veramente inventato una parola araba per questo concetto) molti conservatori, soprattutto nel Golfo, sono arrivati al punto di togliere dagli scaffali dei supermercati ogni singolo prodotto con un arcobaleno, anche quando non ha niente a che vedere con i movimenti LGBT. 

Ma siamo sinceri, un mondo colorato e variopinto è molto, ma molto, meglio di un triste mondo bicromatico. 

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