Figli dell’odio di Medea

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Dal punto di vista mediatico, quando si parla d’infanticidio, di bambinicidio o di figlicidio, il caso che più di altri torna alla memoria è quello del delitto di Cogne che tenne banco nella vicina Penisola una ventina d’anni fa e del processo che ne seguì in cui, Annamaria Franzoni, fu condannata per aver ucciso Samuele, il figlio di tre anni. Come dimenticare il clamore sollevato da quell’episodio. Come scordare le puntate di “Porta a Porta” dedicate da Bruno Vespa al caso, con tanto di plastico della villetta di Cogne, luogo dell’omicidio. Eppure gli episodi di genitori che uccidono i propri figli sono più frequenti di quanto si possa immaginare. 

I dati parlano chiaro. In Svizzera ogni due settimane una persona muore a causa della violenza domestica. In media si tratta di 25 vittime l’anno, tra cui quattro sono bambini. Ogni settimana la polizia registra un tentato omicidio. E tra il 2009 e il 2018 ci sono stati 90 bambini (12%), 191 uomini (25,4%) e 471 donne (62,6%) vittime di omicidi o tentati omicidi. Il 74,7% di loro erano donne e ragazze, il 25,3% uomini e ragazzi. Cifre di una guerra e di un malessere che si consuma quotidianamente fra le quattro mura di casa.

E rimanendo nell’ambito dei bambinicidi, in Italia, dal 2000 al 2017 sono state addirittura 447 le vittime di omicidio da parte di genitori o familiari. L’anno peggiore è stato il 2014, con 39 figlicidi. Uno ogni dieci giorni. Quindi, negli ultimi vent’anni, sono stati quasi cinquecento i bambini uccisi nella vicina Penisola dai propri genitori. Una strage che dovrebbe farci riflettere su come i bambini siano spesso oggetto al centro di faide genitoriali con padri e madri che esercitano il proprio potere con il diritto di vita o di morte sui figli.

Di solo qualche settimane fa è la notizia del ritrovamento in provincia di Catania del corpo della piccola Elena Del Pozzo in un campo a duecento metri da casa. A toglierle la vita la madre ventitreenne che, dopo aver tentato d’inscenare un rapimento, ha confessato. Ed ecco che la madre di Elena e la terribile storia che la riguarda, ci riportano immediatamente alla tragedia greca di Medea, di una donna chelasciata dal marito, per vendicarsi, uccide i figli. 

Il complesso di Medea viene evocato per indicare il comportamento di una madre (nel mito, Medea, la figlia della maga Circe) che mira a distruggere il rapporto fra il compagno (Giasone) e i figli da lui avuti, soprattutto nel caso di una separazione conflittuale. A volte il complesso di Medea si articola in maniera inconscia e non si manifesta con azioni esplicite, in altri casi, purtroppo, il desiderio di punire il proprio compagno, è conscio e visibile anche nei comportamenti e nelle azioni. 

Stando alla narrazione del mito da parte di Euripide, Medea, in collera con il compagno Giasone che si era nel frattempo innamorato di un’altra donna, decide di vendicarsi nel modo più terribile che si possa immaginare. Accecata dall’odio arriva a calpestare il proprio amore materno, l’istinto di protezione nei confronti dei propri figli e li uccide per vendicarsi del tradimento subito. 

Le ragioni di un gesto simile affondano le proprie radici nel vissuto, nelle esperienze, nella condizione psicologica e nel carattere di chi si spinge a commettere un crimine tanto crudele e spietato. E malgrado sia facile giudicare o indignarsi, più difficile è capire tutta la sofferenza, il malessere che ha portato a tanto facendo qualcosa per prevenire questo tipo di situazioni. Ecco perché la sensibilizzazione sull’argomento, è il primo passo per capire la fragilità psicologica delle persone e per smorzare il conflitto che può albergare nella maternità.

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