La sfida del reddito di cittadinanza

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Nella vicina Penisola, il vento che da tempo soffia sul reddito di cittadinanza è lo stesso che, ormai da troppi decenni, soffia sullo Stato sociale più in generale, cioè sull’insieme delle politiche che dovrebbero proteggere e sostenere le fasce più deboli della popolazione. Nella vicina Penisola, a percepire il reddito di cittadinanza, c’è poco più di un milione di nuclei familiari di cittadini italiani, 42’000 cittadini europei e 90’000 cittadini extracomunitari. L’importo del reddito si aggira mediamente attorno ai 500 euro al mese.

Non pochi però sono i leader di partito che, a livello europeo, vorrebbero rottamare le politiche sociali messe in atto per contrastare la povertà. Per esempio Matteo “prezzemolino” Renzi, già presidente del Consiglio italiano nelle file del Partito democratico – c’è chi lo ha definito un Robin Hood al contrario – ha addirittura lanciato una racconta firme, guarda caso, per abolire il reddito di cittadinanza. 

Un provvedimento che è probabilmente l’unica vera grande vittoria fin qui ottenuta dal Movimento Cinquestelle. Movimento che, di fatto, ha anche innescato la recente crisi di governo creando le condizioni che hanno portato alla fine anticipata dell’ultima legislatura e alla caduta del governo Draghi. E fra le questioni che di recente hanno destato un certo malumore tra le fila dei pentastellati c’era proprio il reddito di cittadinanza. 

Ancora troppi sono i luoghi comuni che circolano su ciò che da noi chiameremmo assistenza. Il primo è che una marea di gente che non ne ha diritto lo percepisce. Falso. Fin dalla sua istituzione ci sono stati controlli a tappeto da parte delle autorità, anche superiori a quelli che dovrebbero essere fatti in altri ambiti, come nel caso della sicurezza sul lavoro o dell’evasione fiscale. La percentuale di chi lo percepisce pur non avendone diritto è inferiore a uno su 1000. 

Eppure da più parti si accusa il reddito di cittadinanza di disincentivare, chi è senza lavoro, a trovarsene uno. Il problema però non è del reddito di cittadinanza, pensato come un minimo vitale per combattere la povertà, ma il fatto di dover accettare lavori sottopagati, al punto da non raggiungerlo nemmeno, quel minimo vitale.

Se davvero un giovane che percepisce il reddito dovesse rifiutare un lavoro, per esempio di 400 € al mese per 10 ore di lavoro al giorno sull’arco di tutta la settimana, come purtroppo ancora succede in molti settori, lo scandalo starebbe, non tanto nel rifiuto, quanto piuttosto nel tipo di offerta al limite dello sfruttamento.

Ed è un bene che questo tipo di impieghi vengano a galla e denunciati, poiché tossici per il mercato del lavoro. Il reddito di cittadinanza non può essere in competizione con un salario da fame. Purtroppo, in Italia come altrove, il lavoro dovrebbe essere pagato il giusto e non una miseria, al punto che, pur lavorando, spesso ci si ritrova in una condizione che rasenta comunque la povertà.

La cattiva abitudine di pagare due lire il lavoro è il vero male che va estirpato, di certo non il reddito di cittadinanza. Del resto, la vera battaglia che da tempo si combatte, è per un lavoro che sia dignitoso e in grado proteggere e promuovere il benessere economico e sociale dei cittadini, sulla base dei principi di pari opportunità ed equa redistribuzione della ricchezza.

Soprattutto in un Paese come l’Italia, dove il tasso di disoccupazione è all’8,3% e tra i giovani supera addirittura il 24%, è necessario ripartire proprio dal lavoro. Innanzitutto smontando alcuni dei luoghi comuni che riguardano i giovani, dipinti come dei bamboccioni senza alcuna voglia di lavorare. Non sono però la fatica o gli orari scomodi a tenerli lontani dal lavoro, ma i salari troppo bassi e un mercato del lavoro malato.

E quindi, anche in questo caso, un ruolo fondamentale lo giochiamo noi, lo giocano i media, troppo spesso sintonizzati su di una narrazione che vede orde di sfaticati felici di bivaccare sul divano piuttosto di andare a lavorare. Gli aneddoti, in questo senso, non mancano. Peccato soltanto che l’aneddotica, i luoghi comuni e la fantasia non servano granché a tamponare il disagio sociale, tantomeno sono d’aiuto nell’immaginare e costruire il futuro.

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