Ma quale metaverso…

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Ormai da qualche mese a questa parte le immagini che ricorrono principalmente sui profili social sono quelle di megaconcerti, eventi sportivi e non, sagre paesane e feste di ogni genere. Affollate come non mai. È il segno evidente del grande ritorno della fisicità post pandemia. Alla faccia di un’estate di canicola, temperature infernali e rigurgiti del Covid. Ma soprattutto alla faccia del metaverso e di chi teorizzava che non saremmo più tornati alle abitudini di un tempo o di chi già ci immaginava rinchiusi in una gabbia virtuale in cui il contatto con il prossimo sarebbe stato solo una pallida copia della realtà. 

Siamo tornati alle vecchie abitudini malgrado l’esperienza e in alcuni casi il trauma del virus? Sì. Proprio così. Ci stringiamo, abbracciamo, ci siamo ritrovati come se nulla fosse successo. Forse perché la nostra vera natura è quella di essere degli animali sociali. Non siamo fatti per la solitudine. Tantomeno per vivere in un mondo virtuale. Ci piace stare insieme. A maggior ragione dopo due anni che ci hanno visti costretti a vivere sospesi in una bolla. E il ritorno alla comunità è un ritorno al reale anche a scapito del virtuale. 

Telelavoro e didattica a distanza sembrano ormai un lontano ricordo sbiadito. Un ritorno alla fisicità di cui concerti e festival di musica dal vivo sono senza dubbio l’esempio più lampante. Dai mega-raduni di Vasco, Ligabue e Jovanotti con il suo tanto discusso Jova Beach Party, ai più piccoli open air nostrani, ciò che non è mai davvero mancato è il supporto e il calore del pubblico. Accorso con grande entusiasmo e pronto, prontissimo al bagno di folla.

Perché lo stare in mezzo alla folla, vivere l’emozione di sentirsi parte di un unico gigantesco, sterminato organismo probabilmente conta perfino della musica, più di chi canta e si esibisce. Del resto, senza un pubblico capace di rendere unico un concerto, non ci sarebbe nessun ragionevole motivo per ritrovarsi in mezzo a numerose decine di migliaia di persone per ascoltare della semplice musica. La differenza, da Woodstock in poi, la fa l’emozione, l’ebrezza, l’euforia del ritrovarsi tutti insieme appassionatamente.

È esattamente questa la magia. Perché siamo esseri umani e siamo fatti per stare insieme. E quando lo facciamo, quando condividiamo lo stesso rito, lo stesso obiettivo c’è inevitabilmente qualcosa di prodigioso che accade. In uno stadio pieno convivono in equilibrio, in simbiosi, un’intensa esperienza individuale e collettiva. C’è una chimica, fatta di gesti, di linguaggio verbale e non, che nasce solo quando ci guardiamo negli occhi, ci stringiamo la mano, condividiamo il medesimo spazio.

Ecco perché il metaverso, spacciato come il nostro prossimo futuro, in realtà, non ha mai davvero avuto grandi chance di attecchire, perché per quanto la realtà sia carica d’insidie, non può essere paragonata a nulla che abbia vicino l’aggettivo virtuale. Il digitale, ci è servito da stampella quando siamo stati costretti dal virus a vivere rintanati in casa, ma oggi che siamo finalmente tornati a ciò possiamo toccare e annusare, ci rendiamo conto di come la realtà virtuale sia solo un bluff, un miraggio nella migliore delle ipotesi.

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