Morire di stenti nel lettino

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Alessia ha 37 anni, è un po’ rotondetta, ha un bel sorriso e occhi allegri Le fotografie che pubblicano i media la raffigurano con un vestito lungo rosso, probabilmente per un evento o una festa. Sono quelle foto che ti fai perché ti dici: “ cribbio, “va come sto bene, magari mi faccio qualche foto per ricordo”.

Giovedì scorso Alessia si è occupata della sua piccola Diana, la sua bimba di un anno e mezzo. L’ha pulita, le ha cambiato il pannolino, magari le ha fatto un po’ di solletico sul pancino. L’ha adagiata nel lettino con accanto un biberon di latte, non si sa mai che le venga fame. Per la paura le ha anche lasciato accanto una boccetta di ansiolitici, benzodiazepine. Poi se n’è andata dal compagno a Bergamo. 

Per sei giorni.

Ieri è tornata a casa. Agli inquirenti ha detto: “sapevo che poteva andare così”. Un omicidio lento e terribile, che ha sancito l’abbandono della vita della piccola Diana.

La piccola era in un lettino da campeggio, la bottiglietta di ansiolitici piena a metà.

Omicidio pluriaggravato l’accusa. 

Un omicidio che, come sempre, non riusciamo a comprendere. In un mondo dove la violenza è insita nell’essere umano, uno dei pochi baluardi è la prole, la nostra discendenza. E anche in un mondo violento tra criminali e carcerati, chi uccide i propri figli è un paria, un mostro da allontanare o uccidere. Ecco perché infanticidi e pedofili vengono, solitamente, isolati dagli altri detenuti.

Perché tutti noi che abbiamo la fortuna di amare i nostri figli, riteniamo un atto del genere un abominio, un’aberrazione della natura, e chi è colpevole di questo atto un cancro nel tessuto sociale da estirpare.

Eppure sorge anche un’altra domanda: una donna che scientemente commette un atto del genere, quanto poco deve amarsi? Perché un delitto di questo calibro ti segna, incide lettere di fuoco nella carne, ti rende un aliena alla società e anche a te stessa. Quanta poca considerazione della tua vita devi avere, per cancellare quella di tua figlia, sapendo il dolore e l’orrore che un fatto del genere – che non si può nascondere – si trascina appresso? 

Qualcuno ha scritto: “…Nessuno saprà mai però se nei momenti in cui è rimasta viva e sola le voci del vicinato, le musiche estive delle autoradio di passaggio le hanno fatto un po’ di compagnia. Le hanno cantato la ninna nanna prima che tutto diventasse nebbia e deserto.

Nessuno lo saprà mai.”

E ci domandiamo cosa dovremmo fare perché cose del genere non succedano più, anche se sappiamo che succedono perché sono sempre successe. Perché accanto all’umanità ci sono dei buchi neri emotivi che fagocitano le anime delle persone e delle madri, e allora per quanto procuri dolore, un atto del genere urla a gran voce un’enorme compassione per chi lo ha compiuto. Perché per Alessia ora c’è il carcere, l’odio, il disprezzo. Alessia ora è l’ultimo gradino della scala evolutiva, sotto i vermi, sotto le sanguisughe. Alessia è per noi la feccia della nostra società e se potessero, molti di noi, pigerebbero con decisione il pulsante, se gli fosse data la possibilità di farlo, che la cancella dal mondo.


E allora perché Alessia lo ha fatto? Perché ha consegnato la sua bambina a una fine orribile di abbandono, solitudine, fame e stenti? Perché è tornata a casa sapendo che in quel lettino avrebbe trovato il corpo esanime di sua figlia?

Troppe domande senza risposta, troppo dolore da gestire. Più facile pigiare quel fantomatico bottone inesistente che cancella Alessia dal Mondo. Eppure le domande rimangono, come chiodi conficcati nel cervello e le persone sagge dovrebbero continuare a chiederselo, quel perché e cercare delle soluzioni, se mai ne esistono. 

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