Oppressi, oppressori e domande

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Domandarsi perché l’oppresso muoia per difendere la sua terra, la sua famiglia e la sua vita e non chiedersi perché l’oppressore abbia fame di quella terra, il desiderio di sterminare quella famiglia e la voglia di uccidere quella vita è un invito alla guerra.

È un incitamento al conflitto.

È voler colpevolizzare la vittima, resa responsabile della propria ingiustizia, e al contempo assolvere il suo carnefice da ogni crimine.

È un tappeto rosso steso per tutti coloro che aspirano a conquistare nuovi territori e nuove ricchezze a discapito dei diritti e della dignità dei loro prossimi.

È una dichiarazione di complicità.

L’accettazione – nonché la normalizzazione – della violenza come strumento utile a regolare le nostre società.

È soprattutto è un monito, per chi viene invaso, mutilato, impoverito, violentato a lasciarsi sopraffare restando in silenzio, senza contestazione, ribellione o difesa.

È il trionfo dell’ipocrisia, dell’incoerenza, del semplicismo più estremo, spacciati per quei “valori occidentali” tanto citati dagli anti-occidentali. Anti-occidentali che in realtà rappresentano perfettamente tutto ciò che detestano: la stessa arroganza nel sapere cosa sia meglio per gli altri popoli, la stessa strafottenza, indifferenza. Lo stesso cinismo, perbenismo, egocentrismo.

Giocano a far i bastian contrari o gli anticonformisti perché è quello che gli riesce meglio in questo mondo che per loro inizia e finisce non oltre il proprio naso.

E forse è proprio per questo che viviamo in un mondo ingiusto, dove si chiede alla vittima di arrendersi al suo destino e non al soldato di posare l’arma.

Shila Dutly Glavas, autrice di Gas

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