Undici & Co, delusioni dal Sottosopra

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Con il quarto capitolo di Stranger Things eccoci finalmente di ritorno nella cara e vecchia Hawkins, famosa per essere diventata l’immaginaria cittadina dell’Indiana, in cui si svolgono le vicende della serie mistery-horror-fantastica targata Netflix ambientata negli anni Ottanta. Eppure, malgrado Stranger Things 4 sia stata la stagione più vista in assoluto, è risultata anche la meno amata dalla critica che non ha gradito parecchie delle scelte narrative, a partire dal cattivone di turno. (Seguono spoiler, occhio!)

Partita all’inizio un po’ in sordina, la creatura dei fratelli Duffer è diventata, nel corso del tempo e delle stagioni televisive, l’ammiraglia di Netflix. Del resto non è l’unica serie tivù che deve il proprio successo al gradimento e all’attaccamento del pubblico. Tra gli esempi più emblematici della piattaforma streaming ci sono, per esempio, La casa di carta e Squid Game

Ecco spiegato il motivo per cui l’attesa riguardo all’ultimo capitolo in ordine di tempo di una delle saghe più amate di sempre, era tanta. Basti pensare che gli ultimi due episodi, alla loro uscita, hanno mandato letteralmente in tilt la piattaforma streaming. Eppure ripassando in rassegna ciò che è accaduto nei nove episodi, alcuni dei quali della lunghezza di un film, non pochi sono stati i dubbi, le delusioni e i bocconi amari che abbiamo dovuto digerire. 

Se la seconda e la terza stagione erano riuscite a sorprenderci con un’evoluzione non banale delle vicende, con Stranger Things 4 irrompe di prepotenza una protagonista inattesa: la noia. Noia che accompagna buona parte delle azioni che si svolgono nel Sottosopra, il regno di Vecna che, nel corso della quarta stagione scopriamo essere Uno, il primo dei ragazzini con abilità psicocinetiche e telepatiche che il dottor-papà Martin Brenner ha seguito e osservato nel corso del tempo all’interno del Laboratorio di Hawkins in cui tutto il casino ha avuto inizio.

Dai pipistrelli demoniaci allo stesso Vecna, tutto ciò che accade nel Sottosopra stavolta sa di banale e scontato. Inoltre a creare un certo spaesamento c’è anche il fatto che i bambini, i veri eroi delle prime tre stagioni, ormai non sono più bambini e sono interpretati da attori oggi quasi tutti maggiorenni, anche se, nella finzione del racconto dovrebbero essere adolescenti. Anche questo un cortocircuito non sempre facile da gestire.  

Se poi nella prima stagione, le tre linee narrative che risultavano vincenti si appoggiavano proprio sulle tre diverse età dei protagonisti, i bambini, gli adolescenti e gli adulti, con un crescente tasso di disillusione per la vita, al crescere dell’età anagrafica, oggi in Stranger Things 4, abbiamo tre diverse località, a marcare le tre diverse linee narrative sulle quali si è deciso di puntare stavolta.

C’è il deserto del Nevada, con tanto di base militare supersegreta, da cui Undi scappa per poi, a poca distanza da lì, comunque riconnettersi al Sottosopra usando stavolta, come vasca di deprivazione sensoriale, un congelatore. C’è la Russia innevata e gelida dov’è tenuto prigioniero Hopper. E infine c’è l’immarcescibile Hawkins, sempre più portone dai mille spifferi che conduce dritto dritto al Sottosopra.  

Inoltre il tono dell’intero quarto capitolo si fa man mano sempre più cupo, da incubo a occhi aperti, con scene che sono un chiaro omaggio sia a un certo tipo di cinema splatter, tanto in voga negli anni Ottanta, quanto alla saga di Nightmare, con Robert Englund, il signor incubo in persona, che a un certo punto fa la sua comparsata proprio a suggellare l’evidente passaggio del testimone. 

A tutto questo bisogna poi aggiungere il fatto che il povero Eddie Munson, ottima new entry di questa stagione, ma anche Chrissy Cunningham, la capo cheerleader del liceo di Hawkins con il quale sembrava esserci una certa intesa finiscono entrambi – e senza appello – tra i morti eccellenti, malgrado il loro potenziale di umanità e di capacità d’insaporire una minestra fin troppe volte riscaldata era ben evidente a tutti, tranne forse ai fratelli Duffer che si sono ben guardati dall’intaccare il cerchio magico (sempre meno magico) di Undici & Co.

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