Christian De Sica, maestro di bon ton?

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Sempre più spesso, ultimamente, ho l’impressione che il mondo vada alla rovescia. Per esempio mi è capitato di fronte allo sfogo social dell’attore italiano Christian De Sica che su Instagram ha attaccato il popolo dei cafoni, rei di postare foto in cui ostentano ignoranza e ricchezza. Lui? il re indiscusso dei cinepanettoni? Colui che ha cristallizzato sul grande schermo la “cafonaggine”, facendone uno status simbol, ora rinnega se stesso? Difficile dirlo, soprattutto perché a fare da megafono al suo lamento ci sono i social che di questo tipo di prese di posizione almeno apparentemente vigorose ci campano.

“Ma certe persone non si so’ rotte le palle di pubblicare quello che mangiano, mentre ballano abbracciati e poi si odiano, le panoramiche delle discoteche tutte uguali, i tuffi dai motoscafi di lusso comprati facendo i buffi? E basta! Ma possibile essere diventati così cafoni?” Questo il post dell’attore comico e cantante, figlio del compianto Vittorio, uno fra i registi più influenti della storia del cinema mondiale, considerato tra i padri del neorealismo e vincitore di ben quattro Oscar con i suoi film “Sciuscià”, “Ladri di biciclette”, “Ieri, oggi, domani” e “Il giardino dei Finzi Contini”.

Se una cosa si può dire del figlio Christian, fra l’altro pure lui regista, è che non ha di certo scalfito o fatto ombra al genio del padre, dato che la maggior parte dei suoi film, possiamo serenamente definirli come filmacci. Pur avendo avuto il merito di riempire le sale cinematografiche dagli anni Ottanta a oggi, Christian De Sica non ha fin qui aggiunto una virgola alla storia del cinema. Dai vari “Vacanze di Natale” a “Natale sul Nilo” e poi in India, ma anche a New York e Miami, senza dimenticare le crociere e perfino i viaggi spaziali di “Vacanze su Marte”, la comicità greve e il turpiloquio sono state la cifra stilistica del nostro eroe. 

Il cinepanettone. Croce e delizia del cinema italiano, del quale hanno scritto un po’ tutti e che come forse sostiene Alice Oliveri in un suo articolo dal titolo “Come negli anni ’80 i cinepanettoni hanno dato inizio all’era dell’idiozia, che non è mai finita” (leggi qui), in questi film prodotti con lo stampino “ogni personaggio, buono o cattivo, bello o brutto che sia, trova pace nella sua spietata strafottenza: siamo fatti così e non cambieremo, una satira di costume che non si spinge mai più in là di una rappresentazione compiaciuta.” 

Christian De Sica è stato per anni l’alfiere di un cinema e il protagonista indiscusso di film che hanno alimentato quella superficialità che oggi ritroviamo ingigantita all’ennesima potenza sui social. Uno stato delle cose che però, di fronte al suo sfogo social, sembra non voler più tollerare, quasi come a dire che il maestro oggi disconosce i suoi allievi e la sua arte. Un fuoco d’artificio esplosogli fra le mani senza che lui potesse farci granché. Un po’ come accade con quelle parodie che risultano essere quasi più vere e più vicine alla realtà della realtà stessa. 

Perciò, caro Christian, datti pace. Se non ci fossi stato tu non avremmo avuto i “Boris – la serie” o i trailer di Maccio Capatonda a partire da quello di “Natale al cesso”. E probabilmente neppure un uso distorto dei social, ma come dice quel detto figlio di un’antica saggezza popolare (aggettivo questo da taluni accostato al tuo cinema), è davvero inutile piangere sul latte versato. 

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