E se i voti non fossero tutti uguali?

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Molti dei carcerati non votano, non possono farlo. Chi è detenuto non perde automaticamente il diritto di voto, ma dipende dalla categoria e dalla gravità del reato per cui è stato condannato. Non votano neppure i minorenni. Anche se, in alcuni paesi del mondo, i sedicenni possono già votare. In Austria, per esempio. Non molti anni fa neppure le donne votavano. Non secoli fa. E gli ignoranti? Loro devono poter votare? Se lo è chiesto un giornalista statunitense dalle colonne del Washington Post. Potrebbe sembrare una provocazione, ma non lo è affatto. Secondo lui andrebbe introdotto un esame di educazione civica per gli elettori, perché una democrazia non informata è “il preludio a una farsa o a una tragedia”. Ma non è l’unico a porsi la questione di chi oggi debba votare e perché. 

Le contraddizioni che alimentano le democrazie occidentali sono, da tempo, sotto gli occhi di tutti. L’astensionismo, la radicalizzazione delle proposte politiche, la mancata redistribuzione della ricchezza non depongono a fare di un sistema democratico in buona salute. Proprio no. Sono spesso l’anticamera di svolte autoritarie o di leggi ingiuste approvate nell’interesse di pochi. E tutto quanto parte ovviamente dal voto. Dalla possibilità che ognuno di noi ha di dire la sua e di incidere con quel voto, affinché il futuro sia migliore del passato e, se possibile, anche del presente.

Così, David Harsanyi, sul Washington Post ha espresso la sua posizione, ovviamente di sfida, suscitando anche molte reazioni di protesta, ma occupandosi di un tema, di una questione sempre più spesso all’ordine del giorno. Chi deve aver diritto al voto? Soprattutto di fronte ad un costante livellamento verso il basso della qualità dei governi eletti? Mai come oggi l’ignoranza regna sovrana ed è all’origine di scelte politiche a di decisioni che hanno ripercussioni sull’intera collettività. Pensiamo, ad esempio, alla questione climatica che tanto sta a cuore soprattutto alle fasce più giovani della popolazione mondiale.

Eppure l’età media di chi ci governa è da casa anziani. Ecco perché, per lo scrittore italiano Erri De Luca (ormai settantaduenne), il voto di un giovane dovrebbe valere tre o forse quattro volte quello di un anziano. Il peso di chi vorrebbe che si abbracciasse con maggiore slancio la transizione ecologica non può essere lo stesso di chi è ormai quasi giunto al capolinea. Vivere in ostaggio di chi ha già vissuto e gestito male le risorse del Pianeta, di chi ancora nega il surriscaldamento climatico come nel caso dell’ex presidente Donald Trump, significa minare dalla fondamenta il nostro futuro e la speranza di poter invertire la rotta in tempo utile.  

Se non avete idea di cosa stia succedendo – scrive David Harsanyi – anche sottrarre noialtri alla vostra ignoranza è un dovere civico. Purtroppo non ci possiamo fidare di voi. Se il voto è un rito consacrato della democrazia, come spesso sostengono i progressisti, è giusto che la società abbia delle pretese minime su chi vi partecipa; e se la cittadinanza è un valore sacro, come sostengono i conservatori, allora si può pretendere da un potenziale elettore lo stesso livello di informazione di un potenziale cittadino. Introduciamo un test per gli elettori: l’esame di educazione civica usato per ottenere la cittadinanza andrebbe benissimo. Quanti dei rumorosi sostenitori dei due principali candidati alle presidenziali americane supererebbero l’esame?”

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