Imparare a suon di sberle

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È uscito un nuovo episodio nella sempre sorprendente ed eccitante telenovela conosciuta come “Stati Uniti D’America”, un nuovo colpo di scena che non ha mancato di sollevare accese polemiche su un tema che, si credeva, fosse risolto da tempo.

Nel Missouri, uno stato sparsamente popolato situato nel centro degli Stati Uniti orientali, uno distretto scolastico ha adottato un nuovo regolamento. In parole povere, sono state reintrodotte le punizioni corporali. 

Questa decisione si colloca bene nel contesto della recente regressione sociopolitica degli USA, ben rappresentata dai recenti sviluppi concernenti aborto, diritti di voto e politiche LGBT. 

La nuova politica è stata adottata dal distretto di Casseville R-IV, e parla di punizioni corporali “in misura ragionevole” e solo quando “ogni altro tipo di azione disciplinare ha fallito”. Il nuovo regolamento non chiarifica cosa si intenda con “ragionevole” (una tattica tipica dei conservatori americani, alcuni termini sono vaghi di proposito in modo da essere aperti a “reinterpretazioni” in futuro), ma è molto dettagliato nel tipo di punizioni che saranno amministrate: percosse sulle natiche con una “paddle”, un attrezzo di legno a forma di remo. 

Sorprendentemente, la nuova politica è (almeno ufficialmente) popolare. Non imposta dall’alto, bensì formulata in base a un sondaggio diretto a genitori, studenti e insegnanti. La decisione contravviene una sentenza della corte suprema americana risalente al 1977, che definisce le punizioni fisiche “crudeli e assurde” – nonostante questo, la pratica non è esattamente rara negli USA. Le punizioni fisiche nei confronti degli alunni vigono ancora in diversi stati e contee, soprattutto concentrate nel sudest americano (chi lo avrebbe mai detto).

Non sorprende che la pratica sia ancora in uso solo nelle regioni più retrograde e oscurantiste del paese; per quanto quella americana sia una cultura violenta e brutale, in pressoché tutto il mondo occidentale (includendo una grande maggioranza del gigante nordamericano) è ormai risaputo e scientificamente provato che le punizioni fisiche non sono affatto efficaci in termini educativi. 

Un estensivo studio svolto nel 2016 ha rilevato che le punizioni corporali risultano in un marcato aumento nell’obbedienza di un bambino, ma solo a brevissimo termine. A lungo termine, vi sono una miriade di effetti negativi. Lo studio ne identifica dozzine, tra i più importanti vi sono:

  • Un minore livello di internalizzazione morale: le percosse non aiutano il bambino a capire perché ciò che ha fatto è sbagliato. Siamo creature che nei secoli hanno evoluto un linguaggio estremamente complesso proprio per trasmettere conoscenza alle nuove generazioni, un tentativo di spiegazione sarà sempre più efficace nel promuovere lo sviluppo di una coscienza morale. I nostri cervelli sono fatti per imparare con la parola.
  • Un peggioramento nella relazione con le figure di autorità immediate, come genitori e insegnanti. Pare ovvio, ma la “sberla educativa” non esiste: inconsciamente e primordialmente ogni punizione fisica è percepita come un attacco. Intimidisce, spaventa, terrorizza, ma non educa. 
  • Un maggiore rischio di tendenze aggressive o antisociali, poiché il bambino si ritrova ad avere relazioni violente come prima esperienza relazionale della sua vita.
  • Un maggiore rischio di essere vittima di violenza domestica e di esserne perpetratore, per via della “normalizzazione” delle vie di fatto avvenuta in infanzia. 
  • Eccetera eccetera

Insomma, alle nostre latitudini risulta quasi assurdo anche solo dover spiegare perché non si tratta di una buona idea. Il distretto scolastico si è difeso dalle critiche affermando che le punizioni saranno svolte solo “in seguito a una notifica ai genitori” e “in presenza di personale qualificato”. Sottolineano anche che non ci sono possibilità di infortuni gravi e che le percosse su volto o testa sono severamente proibite. Meno male. 

La coordinatrice delle comunicazioni distrettuali Mindi Artherton, raggiunta dai microfoni della CNN, ha risposto soltanto che “al momento ci stiamo concentrando solo sull’educare i nostri studenti”. 

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