Quando Orelli trasmetteva passione

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Alla fine dell’attività di insegnante in una scuola media superiore è abbastanza normale volgere un pensiero sull’essere stato un buono o un mediocre insegnante. Nel mio caso non sono in grado di rispondere. L’impressione è che una buona parte degli studenti abbiamo apprezzato, lo stesso non mi sento di affermarlo da parte della direzione della scuola.

È altrettanto vero che la scuola è molto cambiata negli ultimi decenni, in particolare rispetto a quando frequentavo il liceo. Oggi professori come Giorgio Orelli o Raffaello Ceschi, non avrebbero molte possibilità; eppure, sono stati due ottimi insegnati (ce né sono stati altri, ma cito questi due perché conosciuti). Penso di poter affermare che Orelli abbia preparato ben poche lezioni come si intende oggi, ma le sue lezioni sono state – perlomeno per me – fondamentali e grazie a lui ancora oggi leggo perlomeno un libro alla settimana. 

In realtà, non posso dire di essere stato un allievo diligente che seguiva attentamente le sue lezioni, ma le poche volte che ho ascoltato sono stati più che sufficienti per farmi amare la letteratura. Orelli non aveva un rapporto particolarmente dialettico con gli allievi, non si interessava delle assenze, e dava scarsa importanza alle note, eppure, bastava la passione che trasmetteva. Raffaello Ceschi, era invece all’opposto di quanto oggi ci si aspetta da un insegnate. Entrava in classe, apriva il suo quaderno e iniziava a spiegare la storia senza mai utilizzare supporti didattici, nemmeno la lavagna. Ma in classe non volava una mosca e nessuno si immaginava di fare altro perché la sua passione per la materia era tale da coinvolgere tutti. Non ricordo abbia mai fatto delle interrogazioni e le sue prove scritte erano più che abbordabili.

Vent’anni fa quando iniziai a insegnare con regolarità, la scuola era già cambiata, ma c’erano ancora dei professori “particolari”, che sapevano appassionare gli allievi e coinvolgere i colleghi in discussioni non certo banali. Insomma, insegnanti nel senso spiegato da Umberto Galimberti. In un video la cui visione è vivamente consigliata. (Guarda qui sotto)

Negli ultimi 10 anni, la situazione è diventata ben diversa. Il docente è ormai un funzionario, che deve controllare le assenze, far rispettare gli orari, valutare il “saper essere”, essere uno psicologo capace di percepire le sensibilità degli studenti e saperle rispettare, attento a non offendere nessuno per non incorrere in eventuali reprimende da parte dei genitori o della stessa scuola e via dicendo. Alcuni docenti sono arrivati al punto di calcolare la percentuale delle ore di assenze o le volte che uno studente è arrivato in ritardo. L’attribuzione delle valutazioni è diventato un esercizio complesso. Gli studenti e i docenti “originali” vengono marginalizzati e l’obiettivo sembra quello di promuovere gli ordinari, che svolgono i loro compiti secondo le regole.

Forse è così che deve essere una scuola che funziona, anche se qualche dubbio è però lecito. Ma in fondo, i nuovi insegnanti devono passare dall’abilitazione rilasciata dal Dfa (dipartimento formazione e apprendimento della Supsi) che dovrebbero impartire le regole della pedagogia moderna. Percorso perlomeno – a me sembra – discutibile per molte ragioni che sono già state discusse in più occasioni.

Una cosa è però certa: il malcontento e lo sconforto tra gli insegnati è elevato. La vox populi giudica gli insegnati come dei privilegiati, ma chi critica non ha mai insegnato una sola ora.Il docente è indubbiamente un bel lavoro, ma se viene troppo regolamentato – come succede oggi – rischia una deriva controproducente perché la scuola dovrebbe insegnare (anche) la capacità di ragionare fuori dagli schemi, di immaginare nuove strade, cose che si possono fare solo imparando a “pensare fuori autonomamente”, che non vuole dire diventare degli emarginati ma, al contrario, gettare le basi per un approccio critico alla lettura delle società.

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