Salman Rushdie, uno di noi

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Il 12 agosto scorso lo scrittore Salman Rushdie era l’ospite di una conferenza pubblica a Chautauqua, cittadina di poche migliaia di abitanti nello Stato di New York. E l’ironia del destino ha voluto che fosse invitato a esprimersi su come gli Stati Uniti siano stati per lui, così come per altri scrittori in esilio, un approdo sicuro. Del resto, la fama dello scrittore indiano naturalizzato statunitense, si lega soprattutto alla sua opera letteraria più celebre, quei “Versi satanici” che gli sono costati la condanna a morte da parte dell’ayatollah Khomeini, all’epoca dei fatti la più alta carica religiosa in Iran. La conferenza però non c’è stata, dato che un ventiquattrenne originario del Libano ha cercato di ucciderlo, accoltellandolo. Malgrado le gravi ferite riportate, Rushdie, per fortuna, non è morto. E, stando alle parole del suo agente, non ha perso il suo spirito combattivo e neppure la sua ironia. Ciò non toglie nulla alla gravità dell’episodio in sé.   

Un tentato omicidio che, di fatto, è l’ombra lunga della fatwa (la condanna a morte pronunciata nel 1988 dall’ayatollah Khomeini) e dell’odio islamico che perseguitano lo scrittore. “Sono sorpreso che sia ancora vivo”, ha dichiarato Hadi Matar, colui che ha attentato alla vita di Rushdie con ben dieci coltellate andate a segno. “Non mi piace quell’uomo – ha aggiunto – non è una brava persona, ha attaccato le credenze di noi islamici e il nostro sistema di valori”. Matar lo ha detto in un’intervista esclusiva al New York Post, rilasciata dal carcere, cercando di giustificare questo suo gesto criminale.

È ormai da più di trent’anni, che Salman Rushdie è costretto a convivere con la più alta scomunica civile e religiosa emanata dalle massime autorità iraniane. “Vorrei informare tutti gli intrepidi musulmani del mondo – disse all’epoca l’ayatollah Khomeini – che l’autore del libro intitolato ’Versi satanici’, così come quegli editori che erano a conoscenza del suo contenuto, sono condannati a morte”. Una minaccia che non è rimasta tale purtroppo. Nel 1991, c’è stato l’accoltellamento del traduttore italiano, avvenuto nella sua casa di Milano. E, nello stesso anno, Hitoshi Igarashi, il traduttore giapponese, fu purtroppo trovato nel suo ufficio pugnalato al cuore. Due anni più tardi, ad essere ferito da tre colpi d’arma da fuoco, sarà invece l’editore norvegese.

Eppure, malgrado la scia di sangue e le tante, troppe intimidazioni, da tempo Rushdie (oggi settantacinquenne) vive a New York senza una scorta al seguito. “Oh, devo vivere la mia vita”, ha dichiarato di recente in un’intervista al New York Times. Una vita che oggi però deve fare i conti e superare il trauma di una tentata esecuzione in pieno giorno. Opponendosi alla violenza di chi esercita il proprio potere calpestando la libertà di espressione, azzoppando il cammino di chi ha deciso di avventurarsi per sentieri meno battuti degli altri, spingendosi in direzione ostinata e contraria. 

Non a caso, con estrema lucidità e franchezza, in “Patrie immaginarie” Salman Rushdie scriveva: “Che cos’è la libertà di espressione? Senza la libertà di offendere, cessa di esistere. Senza la libertà di sfidare, o anche di dileggiare ogni ortodossia, comprese quelle religiose, cessa di esistere. Il linguaggio e l’immaginazione non possono essere imprigionati o l’arte morirà, e con essa, un po’ di ciò che ci rende umani”. Ecco spiegato perché Salman Rushdie è innanzitutto uno di noi. Con la sua scrittura immaginifica e fantasiosa non ha fatto altro che esercitare un proprio diritto, quello di esprimersi liberamente senza cedere a nessun ricatto, tantomeno a quello di chi si è arrogato il diritto di condannarlo a morte. Al contrario ha saputo riconquistare la propria vita giorno dopo giorno. Anche adesso, in queste ore difficili, dopo l’ennesima intimidazione.

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