Voglio l’erba voglio

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Sì, si può. Facciamo l’America di nuovo grande. Ogni campagna elettorale che si rispetti è infarcita di promesse. Perlopiù si tratta di promesse assurde e irrealizzabili che però fanno la loro porca figura e tornano a ripresentarsi come un vecchio coniglio che, per l’ennesima volta, riappare sbucando da un cappello a cilindro ormai logoro. È accaduto, in Italia, con il celeberrimo ponte sullo Stretto di Messina. A parole costruito almeno cento volte. A questo giro c’ha pensato Matteo Salvini: “Il ponte sullo Stretto di Messina? Io lo voglio.” Ma prima di lui Giuseppe Conte, Matteo Renzi, ma soprattutto Berlusconi e Rutelli che lo avevano entrambi come punto del loro programma elettorale del 2001. La morale è che a spararle grosse ci vuole davvero poco. E non costa nulla dato che gli elettori ormai ci hanno fatto il callo.

Anche stavolta l’elenco delle promesse non mantenute s’allungherà come il naso di certi politici. L’elenco dei Pinocchio della politica italiana è abbastanza facile da stilare. Basta non dimenticarsi nessuno e il gioco è fatto. Dalle pensioni a mille euro al milione di nuovi alberi ogni anno, fino all’abolizione della tassa dell’auto. Lo sport più praticato di queste settimane nella vicina Penisola è quello del chi la spara più grossa. Promesse a tutto spiano. Simili a quelle di certi seduttori incalliti che pur di arrivare al dunque sono capaci di dire o fare di tutto. 

La stessa cosa sta accadendo sfogliando le dichiarazioni fin qui rilasciate dalla maggior parte degli esponenti dei partiti politici che si contenderanno il voto degli italiani il prossimo 25 settembre. Ma non c’è solo il ponte sulla Stretto di Messina, i cui studi di fattibilità risalgono ai primi anni dell’Unità d’Italia o addirittura in epoca romana. Fra gli evergreen ci sono da sempre anche le tasse e le pensioni. Non a caso, a proposito di quest’ultime, Silvio Berlusconi ha promesso che saliranno a mille euro. Lo promise nel 2001, lo ridisse nel 2019 e per correttezza torna a ribadirlo anche stavolta.

“Una delle cose che faremo noi col prossimo governo è aumentare a mille euro, per tredici mensilità, le pensioni minime”, ha giurato solennemente il Cavaliere. Immaginando le schiere di pensionati pronti a votare a per lui. Eppure il buon Silvio non è nuovo né alle balle e neppure alle sparate al limite del surreale. Nel 2017 promise di “abolire il bollo sulla prima auto”, una volta al governo. Un altro grande classico è poi quello dell’abolizione del Canone Rai. Una “brutta tassa” per Renzi e, probabilmente, anche per Gianluigi Paragone che, da senatore cinquestelle, presentò una proposta di legge per la sua abolizione. 

Ma stavolta Paragone ha alzato il tiro, con il suo attuale partito Italexit – un nome, una garanzia – l’obiettivo è il referendum sull’uscita dall’euro. Irrealizzabile un po’ come l’abolizione della povertà promessa da Luigi di Maio. Certo, grazie ai Cinquestelle in Italia esiste il reddito di cittadinanza ma nel 2021 c’erano quasi due milioni di famiglie che vivevano sotto la soglia della povertà assoluta. A riprova che dopo la pandemia e di fronte all’attuale recessione, la povertà è ben lontana dall’essere stata abolita. L’unica vera certezza, invece, sono le bufale dette in campagna elettorale. Alcune decisamente esagerate, altre praticamente impossibili da attuare. Figlie del clima d’informazioni false, complottismi e della disperazione quotidiana di chi è pronto a tutto pur di ottenere qualcosa che non sia un amaro pugno di mosche. La politica è anche questo. Immaginare il futuro, anche andando oltre l’immaginabile.

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