Al capezzale del prete

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Una storia ticinese che va conosciuta. L’ha scritta Sara Catella e si svolge in una sola stanza. Quella del parroco morente, in Val di Blenio. Nel 1917. 

Potrebbe essere una pièce in atto unico, suddiviso in brevissimi 17 capitoli: sulla scena un’infermiera tuttofare (la «malorosa») confrontata ad un uomo muto e dolorante, costretto all’immobilità. In pratica lei si occupa dell’igiene, quella ipotizzabile a quei tempi, e dei primi accudimenti, tipo girarlo nel letto.

Tutto questo assume senso e significato con altre informazioni: siamo nel 1917 a Corzoneso, allora piccola comunità contadina della Valle di Blenio di neanche 300 abitanti. I personaggi in scena sono la già citata malorosa, donna indigena che di solito si occupa di nascite (una levatrice) ed il curato, uomo straniero ma di potere, che dopo un improvviso svenimento è costretto ad un’infermità totale. In pratica un ribaltamento di ruoli, sempre in sintonia con i tempi, ovvio. Lei si chiama Caterina Capra, lui don Antonio Bolgeri, ma non è importante ai fini della narrazione.

Con questa essenzialità inizia il potente racconto scritto da Sara Catella, ticinese operante oltre Gottardo. Un monologo animato da un crescendo irrefrenabile. Caterina, investita da «ul dutur» a questo compito giornaliero, entra in scena titubante, non si sa se per antica timidezza personale o inedito scambio di ruolo: lei che di solito deve occuparsi di nascite ed ha sempre avuto a che fare con donne si ritrova lì, con un vecchio uomo alle prese con «questa malattia che avete agli occhi e alla parola». Poi, visita dopo visita, non la ferma più nessuno, Caterina Capra. Senza mai mancare di educazione e rispetto, vogliamo dire senza mai abbandonarsi alla cieca rabbia, la malorosa racconta, descrive e riflette. Ogni tanto aggiunge qualche pensiero a voce alta: «vedo poca guarigione, io. Ho forse l’aria da véss bamba ? Lo sapete anche voi che a parte le pòre diavole che partoriscono, a me m’ascolta nessuno. Mica come voi, che ogni domenica parlate a tutti in chiesa, e noialtri, ciao.» Il parlato non esclude i temi forti dell’epoca, i problemi veri di quella società, come ad esempio l’emigrazione: («vederli partire è anche vederli morire lontano da noi») o le assurde ideologie dominanti, anche alimentate dalla Chiesa: «Ma, ditemi un po’, i nostri ventri che si gonfiano, è anche colpa di un uomo  no? Alora, io dico al sindaco, al dutór, e a te prevosto, ma noi, le donne, cosa abbiamo fatto di male?). Il ribaltamento di ruoli, con lei armata dalla parola pronta e lui zitto e muto, lei analfabeta che gestisce la comunicazione e lui, laureato ma zitto e muto (ma quando era sul pulpito … «noi ci avevamo paura, altro che») dà spessore e profondità al testo tutto, facendo sobbalzare il lettore dalla sedia e inducendo alla riflessione. Perché qui, diciamola, siamo nei paraggi del monumento della letteratura ticinese, l’indimenticato «Il fondo del sacco» di Plinio Martini.

La protagonista, dicono le avvertenze di copertina, nasce anche da una fotografia di Roberto Donetta, il venditore ambulante e gran fotografo della regione. E anche questo è un giusto omaggio all’ambiente narrato. Con una nota introduttiva di Laura Pariani e una postfazione di Matteo Ferrari, comprendente un mini-vocabolario sui dialettismi presenti nel testo (comunque comprensibili anche in diretta) il libro ha un solo difetto: il prezzo. Un po’ caro per le 77 pagine, tutto compreso. Che però questo testo vada a finire in un’ipotetica antologia della letteratura ticinese, è facile previsione. 

«Le malorose», 2022, SARA CATELLA, ed. Casagrande, 2022, pag. 77, Euro 16.50.

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