Guida al ticinese medio – 5

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Già 4 puntate di questa ambiziosa opera, che vuole descrivere il Ticino dalla preistoria, hanno visto la luce. Oggi tratteremo del periodo glaciale, che vide mirabolante fauna scorrazzare in mandrie per un Ticino freddo e inospitale come il grembo di Lorenzo Quadri. Vi ricordiamo di leggere le precedenti per farvi un quadro più esaustivo.

Era glaciale:

il rinoceronte rognoso.

Tipico delle pianure del basso Ticino, il rinoceronte rognoso, si differenziava dal suo cugino lanoso per via del carattere piuttosto volto alla lite. Ogni scusa era buona per attaccar briga, dal classico periodo degli amori al semplice litigio per definire gli ultimi 50 centimetri di territorio al parcheggio per andare all’abbeverata. Al posto del vello come il suo parente stretto, aveva ciuffi di peli ispidi e a chiazze, che in effetti lo facevano sembrare affetto da fastidiose malattie dermatologiche.

Ursus paleos rissosus

L’ursus paleos rissosus era un plantigrado tipicamente retico. Di carattere schivo e poco incline all’amicizia, faceva spesso comunella col rinoceronte rognoso, a dimostrazione che chi si somiglia si piglia. I due scorrazzavano per i ghiacciai facendo scherzi atroci e di pessimo gusto al sus scrofa balcanicus, un ungulato, pure lui di pessimo carattere ed incline ad azzannare qualsiasi cosa gli si parasse davanti. Il sus scrofa balcanicus o cinghiale delle foibe, era migrato appunto dai Balcani, invadendo col tempo il territorio del rinoceronte rognoso e dell’ursus rissosus. Gli attriti erano inevitabili. Poi col tempo il sus scrofa balcanicus si adattò al clima e al territorio, assimilandosi al porco iracondo di Blenio, specie glabra da cui derivano ancora oggi i suini con cui in Ticino si producono gustosi e saporiti insaccati.

L’Ursus paleos rissosus invece di andare in letargo, nel periodo invernale si recava a sud, compito improbo in un pianeta in preda all’era glaciale. A tal scopo si organizzavano gite organizzate con pedibus il cui scopo era vendere pentolame in pietra e coperte termiche di pelle di mamuth

Il rompyballotherium

Il rompiballotherioum era un bradipo gigante, la sue estrema lentezza lo avrebbe reso una facile preda se non fosse stato per la ragguardevole stazza. Soprannominato Bradipo “pecola”, per l’abitudine di cospargersi le zampe di resine (colla appunto) a cui si attaccavano le foglie che poi l’animale ruminava con la consueta indolenza.

La milkodonte purpurea

Le milkodonte sono un’antica razza di vacche selvatiche, imparentate con l’Uro, ma dal curioso colore viola. Grandi produttrici di latte, le milkodonti sono le antenate delle moderne vacche da latte che vivono sui nostri alpeggi.

Nel pleistocene, solo sparute tribù di selvaggi uomini preistorici popolavano il Ticino, che era in gran parte ricoperto dai ghiacci, perciò era difficile che le milkodonti venissero munte. Ciò le rendeva indisposte e dal carattere volubile. Una volta munte però, gli ominidi potevano produrre dell’ottima paleoformagella, un prodotto caseario a base di latte, gneiss e pietra ollare. Un po’ indigesto ma di sicuro nutriente.

I numerosi branchi di milkodonti, transumavano ogni stagione, incuneandosi nella strettoia del passo del ceneri a migliaia, nonostante gli avvisi di radio Mesozoico international, ciò provocava code lunghissime e tediose, che per tradizione e in altra guisa, ancora oggi attanagliano il Ticino motorizzato.

Il boleto delle caverne

Antenato preistorico del moderno porcino, aveva dimensioni maggiori, arrivando fino ai due metri d’altezza e ai 250 chili di peso. Quando i nostri antenati dei ghiacci ne trovavano uno era festa grande, e lo tagliavano in enormi fatte che poi affumicavano ed essiccavano per l’inverno, quando il boleto delle caverne diventava gustoso intingolo da accompagnare al risotto o da aggiungere nel pollo alla cacciatora. L’inesistenza del riso e dei gallinacei non ha però mai impedito ai nostri fantasiosi progenitori di cucinarli comunque, dando prova di estro e capacità di adattamento nonostante le avversità. Più piccolo ma altrettanto gustoso, la chantarella, un fungo giallognolo dalla voce soave e squillante al contempo, che coi suoi cori silvani, lasciava incantati i suoi raccoglitori che spesso si scordavano di mieterlo tornandosene a casa felici e rintronati. 

La flora preistorica

Nelle terre allora coperte da lussureggianti felci arboree e ginko biloba, tra le fronde ombrose di giganteschi equiseti, spuntavano già piante che avrebbero fatto la storia delle nostre terre. Come ad esempio la vite americana. Il suo nome si perde nella notte dei tempi, anche perché non solo l’America non era ancora stata scoperta, ma era schiacciata da qualche parte con altri continenti che evidentemente amavano le ammucchiate. Resti di tralci fossili e di tavoli di sasso, ne fanno presumere il consumo già dai tempi antichissimi, quando i primi antropoidi facevano capolino dalle selve col terrore di vedersi pappare in un attimo. Anche la patata e il mais, compendio gradevole di raclette mesolitiche e di polente tardo precambriane, facevano la prima e timida apparizione tra le prospere fronde.

Spinaci, verze e sedani, tra il brucare di un brontosauro e il calpestio di un triceratopo, si apprestavano a future glorie in rigogliosi e fumanti minestroni, cicorie rucole e insalate di chioggia, se sopravvivevano al passaggio di branchi di stegosauri o a eruzioni vulcaniche, sarebbero diventate degne compagne di costine e tomine, in estivi barbecue di anni in là da venire.

Questo perché già in quell’epoca lo spreco non piaceva e la vegetazione si adattava ad un uso più pratico che decorativo.

In seguito alle glaciazioni, solo le specie più spartane e sparagnine sopravvissero, ma fortunatamente, le semenze dormienti sotto il ghiaccio non scomparvero, permettendo il rifiorire di una coltura e di una cultura culinaria che ancor oggi ci accompagna.

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