Guida al Ticinese medio – 6

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Dopo aver sviscerato ere antiche in cui le lucertole facevano tremare la terra, arriviamo alla storia vera, dove il Ticino, era già culla di garrule civiltà. Vi ricordiamo di leggere le precedenti 5 puntate se volete capire appieno chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare. 

Il Ticino, finalmente, trascinandosi come un anfibio con brutti problemi di vesciche ventrali, riesce finalmente a entrare nella storia. Lo fa prima con le tribù dei reti e dei leponzi, che venivano chiamati dalle tribù vicine per dileggio i: Paraponzi-ponzi-pa.

I reti invece preferivano darsi alla pesca, ma questa è un’altra storia oltre che una pessima battuta. se l’hai capita e hai riso hai seri problemi neuronali, fatti vedere.

Comunque, queste continue prese in giro tra una valle e l’altra, crearono già nell’antichità, presso le popolazioni ticinesi, una sorta di astio represso che li accompagnò poi in tutto il corso della storia. In questi secoli nacque il bullismo che è un drammatico problema che ci trasciniamo dietro ancora oggi.

Anche gli etruschi, venuti in gita qualche secolo prima di cristo (a tal proposito citiamo la stele di Rivera) riportavano negli annali, non solo la solarità dei ticinesi, ma anche una certa predisposizione alla litigiosità. Ecco perché i nostri antenati erano molto apprezzati nei giochi in onore degli dei etruschi. Forse non molti sanno che i giochi gladiatori romani derivano dai giochi rituali e sacri degli etruschi, in cui si usava sacrificare dei prigionieri in combattimento.

Il gioco consisteva nell’incappucciare il sacrificando e legagli il braccio a un grosso cane o a un lupo. L’uomo per difesa era munito di un bastone. Inutile dire quanto poco apprezzati fossero dai nostri avi questi giochi votivi, che divertivano un sacco gli etruschi ma depauperavano di maschi validi le nostre valli. 

C’è da dire che col carattere rognoso che ci ritrovavamo, non era impossibile prevalere sul feroce canide e così avere l’onore di essere sacrificati direttamente dal sacerdote con tutti gli onori legati al caso. Che culo.

Ma andiamo oltre. Lasciamoci alle spalle questi secoli bui pre romani, per arrivare all’epoca in cui l’impero dominava per mezzo mondo e anche sulle nostre terre. Qui le fonti si fanno più ricche, e un cronista latino e di origini lepontiche, Publio Cinkalo Cicerone, cita le mirabolanti gesta del capo del castra luganensis (il campo fortificato di Lugano), certo Michelus Folettorum, detto simpaticamente dai suoi legionari ”calix maximus” (ovvero grande bicchiere).

Questo legato imperiale, appartenente alla fazione degli opportunistes, doveva il simpatico nome al suo inguaribile ottimismo e al fatto che appuntom vedeva il bicchiere “sempre mezzo pieno”. Alcuni farabutti ritengono ionvece che fopsse a causa della passione per il resna, un tipico vino speziato dell’epoca, ma costoro sono ciarlatani antistorici, non vi è nessunissima prova in tal senso. A reggergli la coda, un certo Loerenzus Quadraticus, un funzionario di infimo livello ma sembra molto astuto, abile nel rimestare nel torbido e nel mettere le tribù le une contro le altre. Per farlo sembra utilizzasse delle tavolette di cera che riempiva a mano di maldicenze, chiamate “il dominicus mane” e che poi distribuiva ai vari capi tribù, che si bevevano le sue storielle come cinghiali in un deserto. Un altro importante personaggio era il legato che presiedeva al castrum principale, bilitio. Marius Brandina, detto il sonnacchioso, amava andare d’accordo con tutte e tutti, e cercava di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Insidiato continuamente dalla fazione dei liberales, un infida setta che adorava il dio dollarus, patrono della fertilità edilizia e del denaro, cercava costantemente di non farsi soffiare il posto. A tal proposito abbiamo la fortuna di avere dei frammenti di papiro di un cronista locale, certo ticinonewsus, che cita il sonnacchioso :

« Marius Brandina moltus piacionem stabat. Quandum recabantur ad mercatus Bilitionem, puer et puelle et matronas manus stringebat e crapinum baciantur. Tota popolationem apprezzabat Brandinum attentionibus et ego suum ipertroficum diventabat. »

La frase è evocativa della personalità diplomatica del legato Marius Brandina, noto mediatore tra le tribù e abile affabulatore che si accattivava le simpatie dei cittadini dell’urbe con grande abilità.

Questo suo troppo piacere gli fu però fatale. Una notte di maggio, una congiura capitanata dal capo dei pretoriani Simoneum Gianninibus, detto il mocciosius a causa della sua giovane età, lo coglieva tra il lusco e il brusco mentre tornava a casa con la sua fedele cavalla Martina. Il Brandina, veniva pugnalato più volte a colpi di daga e lasciato esanime sul greto del Ticino. Ancora oggi nella zona di Bellinzona c’è il detto, “Andare a fiume come il Brandina”, che sta a significare fare una brutta fine.

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