Il mare dentro

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A volte si vorrebbe scrivere di profughi con storie belle, rotonde, soffici. Storie che in qualche modo ci scorrono sull’anima come dei buffi peluches e lasciano un senso di tiepida e sobria felicità.

Ma è un compito improbo. Alle storie a lieto fine, poche, fanno da contraltare quelle tragiche e dolorose come spine di rovi nascoste tra il grano. 

Sono sbarcati al porto di Pozzallo, erano dei profughi siriani, che per giorni e giorni hanno sedimentato sulla superficie marina, in balia del sole, delle onde e del vento. Denutriti, disidratati, con la pelle squamata, sono stati portati a riva.

Ma per alcuni di loro è stato troppo tardi, e così i cadaveri di un uomo, tre donne e due bambini, che sono morti di stenti e sete in quei 20 giorni, sono stati gettati in mare dalla barca. Unico pietoso ricordo, un salvagente attaccato, chissà mai che qualcuno non riesca a recuperarli, per dare loro una degna sepoltura. 

I video degli abbandoni tra le urla e le preghiere dei superstiti, sono stati pubblicati da Nawal Sufi, da anni punto di riferimento per i profughi abbandonati in mare, una di quelle anime grandi che decidono di dedicare se stesse alla salvezza degli altri. Tempo fa le avevamo fatto un’intervista con GAS (leggi qui sotto)

“La mia vita scorre così, quante volte è successo che la mattina piangessi al funerale di persone morte in mare e che la sera fossi felicissima di aver aiutato a salvare la vita a decine di persone. Una volta un mercantile con bandiera di Singapore voleva salvare un barcone di profughi, ma loro non capivano, avevano paura, non si fidavano. Allora ho detto alla Guardia Costiera di far fare il mio nome, di dire che garantivo io. Pochi minuti dopo mi è stato riferito che stavano tutti salendo sul mercantile, avevo le lacrime agli occhi per la gioia.”

Raccontava allora Nawal. Anche lei è triste testimone di quella reiterata ignavia marina, che ignora (chi per tornaconto, chi per ordini, chi per paura) i barconi dei disperati che attraversano il mediterraneo.

Ne abbiamo parlato in innumerevoli articoli, per numerosi anni. Ogni tanto qualche rigurgito di disperazione ci impone di voltarci ancora una volta, di fronte a queste stragi di innocenti. È la volontà di Dio, o almeno questo è quello a cui credono coloro che sono ancora vivi: “La ilaha illa allah”. Sono le preghiere che accompagnano, nel video di Nawal, i corpi che si abbandonano al moto ondoso, che come alghe sinuose agitano braccia molli e prive di vita tra il blu meraviglioso di un mare amico. 

Ed è lo stesso mare dei resort, dei villaggi vacanze. Lo stesso mare dalle fantastiche acque turchine e dai pesci multicolori, lo stesso mare che custodisce con gelosia quei corpi che, per assurdo, muoiono soprattutto per mancanza di acqua, quell’acqua che li circonda ma che purtroppo è salmastra e imbevibile e che porta morte invece di vita.

Un mare che è entrato ormai gelido nei nostri cuori e che ci ha assuefatti alla disperazione che diamo per scontata come la salsedine. E nelle sue onde, nei suoi flussi profondi, il mare continua a cullare corpi, anime, presenze che se ne vanno lentamente nel buio degli abissi.

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