Il ponte grosso che resiste

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Lo chiamano il ponte grosso, nella frazione di Pontedazzo in zona Cantiano. Siamo nel territorio delle Marche. L’etimologia del termine si perde nel dialetto germanico, “marka”, che indicava le terre di confine. Ancora oggi usiamo il termine “marcare”, per intendere segnare, definire, stabilire dei confini.

La prendo storicamente alla larga perché quel ponte, che ha assistito alle recenti devastazioni nella regione, in cui un terribile temporale autorigenerante ha provocato una decina di vittime, è lì da 2000 anni.

E c’è qualcosa di tragicamente poetico in quel ponte romano, costruito con grezzi blocchi di granito. C’è negli anni, nei muschi e nelle bestioline che nei secoli lo hanno abitato, c’è nelle genti che a migliaia, nel corso del tempo, lo hanno attraversato in un senso o nell’altro. 

Quel ponte è immoto testimone di disastri che sicuramente hanno colpito lui e quelle terre nei secoli passati. I suoi sassi abilmente incastrati da abili ingegneri romani, hanno resistito fino ad oggi.

E nei giorni appena trascorsi forse il ponte grosso ha visto la peggiore alluvione della sua vita, un disastro figlio di quegli uomini che 2000 anni fa lo hanno costruito. Il ponte oggi è ferito, ma ha resistito. I danni delle acque nere e limacciose che lo hanno colpito sono ben visibili: nelle pietre strappate alle sue spalle, nei tronchi appoggiati ad angoli impossibili sulle sue campate. 

Il ponte ferito ma ancora integro racconta forse del peggior disastro della sua vita, frutto dell’incuria e della stupidità umane, di un dissesto idrogeologico, di una poca cura del territorio. Il fango e sceso a valle, rotolando fatiscente e violento, ne ha lambito le robuste e granitiche gambe, lo ha sovrastato, affogato, circondato. 

Ma il ponte grosso è ancora lì, forse a spiegare una voglia umana di resistere, una metafora di un umanità ferita che ceca di rialzarsi dal disastro. 

Ai Marchigianio va tutta la nostra solidarietà, ma il problema, e ormai lo sappiamo, è molto più vasto e globale oltre che epocale. Grandi civiltà, con grandi costruttori, si sono affacciate nelle migliaia di anni alla finestra della storia. Siamo noi con la nostra, di civiltà, a mettere ora tutto a rischio, a paventare se non la cancellazione del nostro genere perlomeno a un forte e doloroso ridimensionamento.

Perché il cambiamento climatico ci costerà caro, e non solo in termini di soldi. Negli ultimi giorni in Europa, acqua, grandine e caldo torrido l’hanno fatta da padrona. Noi a stento riconosciamo stagioni alle quali eravamo abituati. Fatichiamo a capire la rabbia di una natura esasperata e vicina al tracollo.

Virgilio ci racconta che: “omnia fert aetas” (Il tempo porta via tutte le cose), ed è vero. Ma il tempo è ormai agli sgoccioli, e quello meteorologico sta dandoci la cadenza di quanto ce ne manca ancora. 

Ed è poco, terribilmente poco…

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