La Jihad de noantri

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La locuzione romanesca, volta a definire la versione casereccia di qualcosa, ben si applica a questo processo, che vede imputata una ventinovenne a processo per tentato omicidio, con presunti agganci con il terrorismo islamico.

Abbiamo già parlato diffusamente, nei giorni appena trascorsi, delle vicissitudini della donna, con problemi psichici e un leggero ritardo mentale. L’impressione non tanto velata è che sia la polizia federale che il ministro Gobbi, si siano incartati in una fissazione che viene man mano smontata dalla difesa. (leggi qui sotto)

Il difensore, Daniele Iliucci, non le manda a dire e accusa a tutto tondo media e istituzioni che avrebbero “montato” il caso su una povera psicolabile. Leggiamo da La Regione Ticino le motivazioni della difesa:

“…Iuliucci ha criticato anche le autorità cantonali, il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, quest’ultimo per aver tempestivamente pubblicato sul proprio blog personale un post relativo alla notizia.”

Gobbi infatti, invece di attendere e vagliare la cosa come avrebbe richiesto la deontologia, aveva, a poche ora dal crimine, dato aria alle trombe del Ticino sicuro che lotta unito contro il terrorismo. Un terrorismo che, come dicevamo già anni fa, non aveva un gran motivo di colpire qualcuno in un paese neutrale alla Manor di Lugano.

Iuliucci infatti, a parte i deliri dell’imputata, certifica con testimonianze di conoscenti e parenti, che la donna non aveva mai dato segno di essersi in qualche modo convertita all’islam o aveva dimostrato simpatie per l’oltranzismo islamico, e quando parla della sua cliente, dichiara:

“…Si sarebbe convertita quando era ancora minorenne, prima a Lugano e poi ad Abbiategrasso (Lombardia, ndr), a suo dire. Tuttavia, ricordiamo che il diritto islamico permette la conversione ai minorenni solo con il permesso dei genitori. L’imam di Lugano inoltre non la conosce, spiega che l’imputata non frequenta la comunità islamica e non si ricordano conversioni di minori da almeno vent’anni in Ticino. Non ha preso un nome musulmano. Non prega, non indossa il velo, non frequenta moschee, non conosce i precetti fondamentali della religione. Non ci sono prove quindi della conversione”.

Un po’ difficile asserire che la donna avesse davvero dei contatti seri con il terrorismo. Il punto però è un altro, il terrorismo è un’aggravante. A livello legale, le cose cambierebbero se la donna fosse ritenuta solo una povera persona con problemi mentali e che avrebbe infierito ugualmente su qualcuno anche su consiglio della fata turchina. Ovviamente la procura punta sull’idea che non conta se sei agganciato o no al terrorismo internazionale è sufficiente che tu, cane sciolto, aderisca alle follie oltranziste islamiche per definirti un terrorista. Non così semplice. Se la donna avesse agito in nome dei Fantastici Quattro, sarebbe passibile di connivenza con dei supereroi? E in quel caso ci sarebbe un’aggravante o no?

Una vicenda che, come spesso accade, vede la foga di alcune persone che militano nella polizia o nella magistratura, e che vedono il mostro dietro ogni angolo, passare oltre un’equa giustizia per inseguire succulenti fantasmi. Allora la giustizia, invece di essere equa, applica il principio secondo cui si ostina a cercare solo prove o indizi che fortifichino la propria convinzione, ignorando ciò he non fa al caso.

D’altronde anche la giustizia è composta da esseri umani, ma proprio per questo dovrebbe, a prescindere dalla politica (perché questo è un processo con effluvi politici) mantenere una correttezza e un’onestà intellettuale a prova di …bomba.

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