Morire per far vedere i capelli

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Hadis Najafi aveva 24 anni, l’età in cui siamo immortali. Ma è morta lo stesso, con 6 colpi di pistola che l’hanno presa in faccia, al petto, al collo. Proiettili che hanno fermato la sua protesta, mentre continua quella di molte giovani donne iraniane.

Aveva i capelli biondi Najafi, tinti, sotto si vede ancora il nero corvino delle chiome persiane. I fotogrammi in cui si stringe i capelli, per farsi la coda prima di andare in piazza a manifestare, hanno fatto il giro del mondo. È curioso a volte come siano i gesti semplici, quotidiani a lasciarci un segno, più magari dei morti o della baraonda, perché i gesti normali sono quelli che facciamo anche noi, tutti i giorni. 

Najafi che si fa la coda potrebbe essere una qualsiasi delle nostre ragazze che sta per mettersi il casco per andare in scooter, che se li lega per fare fitness, o che li protegge dalla crema di una torta che sta preparando. I gesti semplici e puliti, sono quelli che colpiscono il nostro immaginario, soprattutto se subito dopo sono seguiti da una morte cruenta e orribile, perché ci riconosciamo in essi, capiamo in quell’attimo che quella ragazza potremmo essere noi, nostra figlia, una persona cara.

Ecco perché queste morti fanno tanto male a un regime liberticida, che in nome di una distorsione religiosa, dove nasconde solo la volontà di una supremazia maschile, impedisce alle donne di essere se stesse obbligandole a nascondersi sotto un velo.

E il velo è solo il simbolo più visibile e pregnante di un pensiero vessatorio, crudele, che mantiene il modo femminile in un costante stato di sudditanza totale.

Le proteste partono da un’altra morte orrenda, quella della ventiduenne Mahsa Amini, picchiata a morte dalla polizia perché non portava correttamente il velo. Una morte stupida e inutile, una morte che smaschera tutta la belluina ferocia di uomini frustrati. Ma la sua città ha detto basta ed è scesa in piazza gridando “morte al dittatore” riferendosi all’ayatollah Khamenei, rappresentante di un regime oltranzista e mostruoso. Le proteste, a Sequez e Theran, hanno provocato numerosi morti ( si parla di una cinquantina di vittime), e tra loro brillano fulgide la stelle di Mahasa e Najafi. Oltre 700 sono inoltre stati gli arresti, tra questi 60 sono donne.

Eppure, solo un paio di anni fa, avevamo scritto di una modifica del sistema giudiziario che metteva al bando la tortura, l’utilizzo di confessioni forzate per giustificare le condanne, la detenzione in cella di isolamento e la custodia cautelare illegale, oltre il limite previsto dalla legge. (leggi qui sotto)

Non ci illudiamo che qualcosa in Iran cambi domani, sappiamo anche che a muovere la gente sono soprattutto le preoccupazioni legate alla pancia che alla testa. La libertà è un lusso che in molti paesi mediorientali, la popolazione non può permettersi, perché bisogna prima pensare a riempire il piatto. È però vero, che atti crudeli del genere, aumentano l’esasperazione di frange di popolazione che possono, col giusto supporto interno, trascinare la nazione una ribellione più diffusa. 

Nell’Iran recente, frequenti sono le proteste, per un motivo o per l’altro (leggi qui sotto)

Ma il potere costituito sembra comunque ben saldo e non intenzionato a lasciare una leadership che detiene ormai da più di quarant’anni. E la società iraniana sembra spaccata, tra chi scende in piazza per difendere le forze dell’ordine e il governo e chi per protestare ferocemente contro di essi.

Rimane però un punto fermo, che vale per qualsiasi religione e stato. Se una sola persona, una sola Najafi o una sola Mahasa vogliono avere la loro libertà, è giusto che lottino per averla, e chi glielo impedisce non ha scusanti di sorta. È un regime liberticida e va abbattuto.

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