Non possiamo fare i nomi

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Il direttore di una scuola media del Luganese ha confessato: rapporti completi per un paio di mesi con una quindicenne sua allieva L’uomo, sotto inchiesta dal 7 settembre, è ora in arresto. Come al solito c’è chi chiede di fare i nomi, nomi che i giornalisti non possono fare e spesso nemmeno vogliono (a ragione).

La questione è delicata. Se per molti è ovvio il nome dell’uomo, è necessario, per tutelare la ragazza, evitare il più possibile la diffusione di informazioni che possano far risalire a nome e identità del docente. Un concetto che spesso il popolo dei forconi, come chiamo io quella truppa di facinorosi forcaioli dediti ai social, stenta a comprendere. Faccio mie perciò le parole di Claudia Rossi, giornalista a Teleticino, che esplicita in modo chiaro e ironico, come è solita fare, la questione:

“Ciao, mi chiamo Claudia, faccio la giornalista e oggi sono qui per cercare di spiegarvi perché non possiamo “FARE I NOMI!1!!!1”

1. Questo, l’ultima volta che ho controllato, era ancora uno stato di diritto. Ergo: vale la presunzione di innocenza fino a prova contraria.

2. In Svizzera vige qualcosa che viene chiamata “Tutela delle vittime”. E vale ancora di più se queste vittime sono minorenni. Non si fa il nome di chi è accusato di aver abusato di qualcuno (e nemmeno di chi è stato condannato per quel reato), quando questo renderebbe le vittime identificabili. Sono vittime ma soprattutto esseri umani che hanno il diritto di continuare la loro vita senza che il resto del mondo sappia che hanno subito abusi. (Sempre che loro non vogliano il contrario).

3. L’abusatore (o presunto tale) potrebbe avere una moglie e magari dei figli: vittime anche loro che meritano di essere tutelate.

Da ultimo (e questa è una curiosità totalmente personale) a voi cosa cambia sapere o non sapere il nome? E una volta che lo sapete, di preciso, cosa ve ne fate?

Ecco perché non facciamo i nomi, perché c’è una legge che lo impone. E perché, (sempre secondo il mio modestissimo parere) è giusto così.”

Eppure, sempre e con costanza, c’è chi ignora questi semplici verità, volte a proteggere non tanto l’abusatore quanto l’abusato. L’importante è avere un nome, un corpo, per poterlo trascinare nella polvere e impiccarlo al primo albero. 

La giustizia farà il suo corso, forse coglierà quelle sfumature che al popolo dei forconi, per una questione fisiologica, sfuggono.

Il nostro stato di diritto, seppur imperfetto, farà il suo lavoro, che è frutto di decenni di esperienza, di leggi, di considerazioni legate a professionisti della psichiatria, della psicologia, della criminologia. Il tempo delle forche in piazza è finito e chi subisce o finisce nel gorgo di un caso del genere, merita tutto il nostro rispetto e comprensione, ma soprattutto merita il giusto silenzio.

Non è nelle lavanderie che si fanno i processi e si decidono le pene, ma nei tribunali, istituiti proprio per evitare che la gente, piena di illuminanti certezze, si faccia giustizia da sola.

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