Pausini, il piede in due scarpe

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Sbaglia chi accusa Laura Pausini, che recentemente ha rifiutato di cantare “bella ciao” in una trasmissione televisiva spagnola riferendo che la ritiene troppo politica, di simpatie destrorse.

In effetti “Bella ciao”, splendida canzone e simbolo della resistenza all’oppressore, è una canzone politica nel senso più puro del termine, se presumiamo che resistere a un’occupazione straniera sia un atto politico. Comunque, il dibattito storico sulla canzone è ancora oggi controverso. Partigiani storici come Giampaolo Pansa o Giorgio Bocca hanno dichiarato di non averla mai sentita durante la guerra. Bella Ciao non è presente nei più importanti canzonieri dei partigiani, dal ‘Canzoniere Italiano’ di Pasolini ai ‘Canti Politici’ di Editori Riuniti del 1962.

Eppure Bella ciao, è ritenuta dai più la canzone partigiana per eccellenza, una canzone con un enorme potere di coesione e di coinvolgimento. (leggi qui sotto)

A quanto sembra, da ricerche condotte nei decenni passati e da numerosi storici, Bella ciao, risalirebbe agli anni ’50 e si sarebbe diffusa tra le mondine (le raccoglitrici di riso) nella zona di Reggio Emilia e delle alpi Apuane. Secondo un’altra versione i primi a cantare quella canzone furono i partigiani abruzzesi della Brigata Maiella, che la diffusero verso nord fino a farla conoscere ai compagni partigiani in Toscana ed Emilia-Romagna.

Però, la prima pubblicazione del testo della canzone avvenne nel 1953 e l’Unità (quotidiano comunista), la pubblicò nel 1957. Ma è solo negli anni ’60 che comincia la sua diffusione ed è dagli anni ’90 che “Bella ciao” diventa, come diremmo oggi, virale. “La casa de papel”, serie tv spagnola di enorme successo, l’ha rilanciata nei tempi recenti, e ne è stata cerata anche una versione dance, con raccapriccio dei vecchi militanti di sinistra.

“Bella ciao”, seppur canzone che inneggia alla resistenza partigiana contro l’invasore, è assurta a canzone ribelle per eccellenza. Una canzone, come scrivevo già tempo fa, che irrita e spaventa potentemente la destra per la sua mondiale popolarità:

“Bella Ciao non è solo una canzone di sinistra, è la canzone di tutte le donne e gli uomini liberi, è un afflato di malinconia e morte, di riscatto e di speranza. È la canzone di gente che non ha piegato la testa, di gente che è stata torturata, impiccata e fucilata, di gente che ha lavorato nell’ombra rischiando la vita ogni istante per la propria dignità. Perché la libertà è importante, ma prima vanno coltivati il nostro orgoglio e la nostra dignità. La gente senza dignità e senza canzoni è serva.”

Laura Pausini, e torniamo a lei, persegue con ostinazione e successo una via, quella del business. È mica è una colpa. Qualsiasi vaga questione politica, che possa far perdere soldi a causa di fan delusi o disaffezionati, va evitata. Laura Pausini, eroina nazional popolare italiana e internazionale, sta bene attenta a non calcare palchi che possano connotarla come di destra o di sinistra. Non ha cantato Bella ciao come non avrebbe cantato una similare canzone (se esistesse) di destra. Certo la Pausini le sue idee le ha, ma le terrà custodite gelosamente dentro se stessa fino a che le converrà. Rita pavone, superottuagenaria della canzone italiana, dimostra questo assunto. Apolitica in carriera, da “pensionata” si è espressa più volte con dichiarazioni che lisciavano il pelo alla destra più becera. D’altra parte la Pausini si è poi espressa sui social:

“Non canto canzoni politiche, né di destra né di sinistra. Canto quello che penso della vita da 30 anni, che il fascismo sia una vergogna assoluta sembra ovvio a tutti. Non voglio che nessuno mi usi per propaganda politica. Non inventate ciò che non sono”.

C’è solo una cosa che travalica la politica e che allo stesso tempo ne é intrecciata profondamente: i soldi.

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