Re Carlo in guerra con la cancelleria

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Re Carlo entra in guerra con la cancelleria e i suoi primi disappunti coronati ,dentro uno sbuffo di contrarietà goffamente controllata, si manifestano precocemente negli attimi della procedura burocratica, in verità turgidi di una tangibile apprensione che investe gli addetti che lo circondano, un glorioso drappello di ” Valletti dell’Augusto Inchiostro di Corte ” e di ” Funzionari della Sacra Stilografica”  

Il sovrano fresco di pacca si impiccia, allappa lo sguardo e sventola le orecchie in una folata di acidità nei fatali frangenti in cui, seduto alla scrivania massiccia come un megalite di Stonehenge, si concentra strenuamente nella liturgia delle firme dell’atto di proclamazione.

Fra la platea degli astanti, un poco intimoriti e un poco spiazzati, c’è uno storico che rammenta che una tale vampata di incacchiatura altolocata, faticosamente auto sedata ma universalmente recepita, risale forse alla scenata di Enrico I che regnò nel dodicesimo secolo iniziando a litigare con un pennino balordo dalla punta sdoppiata e con una carta assorbente ribelle, forse stanca di assorbire segnature sussiegose. (

Il filmato che gira per il mondo, trainato dai sei cocchieri dell’ironia, mostra Re Carlo armeggiare come uno scolaro disarticolato: a un certo punto, il Punto dell’ingiunzione Blasonata, il dinasta si lascia andare a un gesto della mano molto eloquente, invitando un attendente a spostare l’astuccio delle penne, disposto proditoriamente in una posizione di impiccio.(guarda il video)

E se una certa stampa si affretterà a parlare del non più lattonzolo rampollo della Regina Madre come un tronato fievolmente intronato da “patologie egotiche ed ossessivo-compulsive “, i più comprensivi si limiteranno a evidenziare come il calamaio-scodellino, i vascelli tampone e le graffette con le iniziali risultavano di fatto malamente disposti, formando una sorta di argine barriera fra le braccia di Carlo con il tarlo e le pergamene da firmare, sotto delega del Regno Unito.

Il caos dell’oggettistica ha smussato l’atmosfera del grande momento, sottraendo agli storici attimi di una vergatura  paludata e quasi iconica quella fisionomia di incommensurabile protocollo di censo.

Un poco spiace e quel sorrisetto, smilzo , sdrammatizzante e a denti serrati, espresso al termine della problematica operazione non rende giustizia a quella “R” ,secolarmente apposta alla fine della firma.

Alla fine , Carlo III si è alzato come una molla , ha salutato con la sterilità di colui che saluta coloro che contano un due di picche e si è dissolto nella infinità del Palazzo, magari imprecando nelle modalità ammesse dal rigido regolamento di Reggia.

” Oibò, mi vien da dire poropopò”  

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