Addio Piccola Piuma

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Sacheen Littlefeather è morta. Pace all’anima sua. Aveva 75 anni. Piccola Piuma ora cavalca al fianco del Grande Spirito, nelle praterie sconfinate dell’aldilà. Poco più di un mese fa di lei s’era parlato in occasione delle scuse ricevute da parte del direttore dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’associazione che ogni anno assegna gli Oscar. Scuse fatte, quasi cinquant’anni dopo, per come era stata trattata alla cerimonia di premiazione del 1973, quando l’attivista apache, tra i fischi e le prese in giro, per conto di Marlon Brando, aveva rifiutato l’Oscar vinto come miglior attore protagonista con “Il padrino”. Brando aveva rifiutato il premio in segno di solidarietà con la causa dei nativi americani. Piccola Piuma aveva così commentato le scuse: “Noi indiani siamo persone molto pazienti, sono passati solo cinquant’anni”. Aveva poi aggiunto che mantenere il senso dell’umorismo era stato “il nostro metodo per sopravvivere”.

Qui di seguito l’articolo di GAS pubblicato ad agosto.

Era il 1886. Il ‘900 si faceva strada ad ampie falcate con gli orrori delle due guerre mondiali. Ma in quell’anno una guerra terminava, quella secolare tra statunitensi e nativi americani: Geronimo (Goyathlay) si arrendeva con la sua sparuta banda di Chiricaua, ultimo baluardo all’espansione americana.

La banda di Geronimo, è stata l’ultima compagine di nativi americani a riconoscere il governo degli Stati Uniti. Una spina dolorosa nel fianco delle regioni a cavallo tra Messico e Arizona, cessava di esistere.

Era il 1973, 87 anni dopo. Sacheen Piccola Piuma, donna Apache, vestita con l’abito tradizionale della sua tribù, va alla cerimonia degli Oscar, in rappresentanza di Marlon Brando, attore eterno e grande estimatore dei nativi americani. L’attore rifiuta l’Oscar come Vito Corleone ne “Il Padrino” e usa il palco della premiazione, con Sacheen, per protestare contro le discriminazioni nei confronti dei nativi americani. In quell’anno, un gruppo di attivisti, nativi e statunitensi, occupano per 71 giorni il sito di Wounded knee, teatro di un massacro da parte dell’esercito statunitense nei confronti dei Sioux Lakota nel 1890. La guardia nazionale interviene per sgomberare, ci sono due morti e una decina di feriti. Alcuni la definiscono l’ultima battaglia indiana.

La prima donna nativa a salire sul palco degli Academy Awards, riesce a parlare per circa un minuto, il suo discorso viene accolto da fischi e insulti. Dopo più di 80 anni, gli antichi amerindi non riescono ad avere un riconoscimento dei loro diritti, bensì solo le contumelie di un gruppo di grassi e insensibili vip bianchi. D’altra parte, la battaglia per i diritti civili dei neri aveva il suo epilogo, per modo di dire, solo pochi anni prima nel 1968 con il Civil rights act.

È il 2022, sono passati quasi altri 50 anni. Oggi l’Academy Awards, nella persona del direttore David Rubin, chiede scusa a Piccola Piuma e, implicitamente, a un popolo che si è visto logorare ed estinguere nell’ultimo secolo. Nella lettera si legge:

“L’abuso che lei ha subito a causa di questa dichiarazione fu ingiustificato e del tutto gratuito. Il fardello emotivo con il quale è stata costretta a convivere e il costo della sua carriera nella nostra industria è irreparabile. Per troppo a lungo il coraggio da lei mostrato è passato senza riconoscimento. Per questo le offriamo le nostre scuse più sincere sia la nostra ammirazione più profonda”.

È tardi? Certo. Rimane comunque un bell’atto, di riconoscimento e di ritrovato orgoglio. Rendere l’onore delle armi a un nemico atavico ormai sterminato può sembrare inutile, come rendere grazie al grande spirito scusandosi con un bisonte ucciso. Eppure entrambi i gesti, seppur così diversi e separati da secoli di storia, hanno un loro motivo di esistere, perché narrano di rispetto, di voglia di conoscere, di cammino da fare insieme. Come il bisonte camminava a fianco dei nativi nelle grandi pianure a nord del fiume Platte, oggi idealmente i bianchi di buona volontà camminano a fianco dei nativi.

Oh certo, buona parte dell’America, quella trumpiana e razzista, li cancellerebbe volentieri insieme a neri e a messicani, eppure, c’è una fetta di popolo che riconosce l’orgoglio e i diritti dei nativi, quasi cancellati da un capitalismo selvaggio che li vedeva solo come pidocchi da eliminare.

Piccola Piuma, oggi 76enne, raccoglie quelle scuse a nome di Geronimo, di Nana, di Victorio, di Cochise, di Capo Giuseppe, di Toro Seduto e Cavallo Pazzo, di Pontiac e di Schiena di Cavallo. Nomi che abbiamo tradotto o storpiato nei secoli, ma così va la storia.

Goyathlay, morto di polmonite dopo una caduta da cavallo nel 1909, può ora riposare, se non in pace, almeno con orgoglio. Quello che rimane della sua gente ha oggi, almeno in parte, le scuse di chi li volle cancellare dalle terre a cavallo tra Messico e Stati Uniti.

Piccola piuma ha risposto così alle scuse dell’Academy awards: “Noi indigeni siamo persone molto pazienti: sono stati solo 50 anni di attesa.”

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