Dahmer, il mostro dentro di noi

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S’intitola “Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer” la nuova serie del regista, sceneggiatore e produttore televisivo Ryan Murphy sul serial killer Jeffrey Dahmer. Murphy, noto per aver creato serie di grande successo, come “Nip/Tuck”, “Glee” e “American Horror Story”, stavolta Murphy s’è cimentato con uno dei generi che va per la maggiore, il true crime. E quel che ne è scaturito è una serie disturbante, carica di angoscia, ma che restituisce bene come, per anni, il mostro di Milwaukee, spesso ritratto come un cannibale pazzo capace di sfuggire magicamente alla polizia, non aveva affatto una mente criminale. La maggior parte delle persone intorno a lui sapeva perfettamente che stava facendo qualcosa di sbagliato. Ma poiché Dahmer prendeva di mira uomini gay di colore, e invece lui era un uomo bianco, quegli infiniti avvertimenti sono stati semplicemente ignorati. 

Jeffrey Dahmer continua a far parlare di sé. Nonostante le polemiche e la dura presa di posizione dei familiari delle vittime che, com’era comprensibile, si sono fatti sentire protestando contro l’ennesima trasposizione televisiva che rivanga i loro traumi. La serie, intanto, è già tra le più viste di sempre su Netflix, a rimarcare l’interesse da parte del pubblico per questo tipo di storie. Per “la fascinazione del male”. Del resto non è un mistero per nessuno che, la violenza che attraversa la società, influenzi il desiderio di assistere a film violenti.

In questo caso il protagonista è uno dei serial killer più crudeli e disumani degli anni Ottanta e Novanta, soprannominato “il cannibale di Milwaukee” a causa dei suoi crimini efferati. Riconosciuto colpevole di ben diciassette omicidi compiuti tra il 1978 e il 1991, accusato di violenza sessuale, cannibalismo e necrofilia, Jeffrey Dahmer fu condannato all’ergastolo nel 1992 e morì due anni dopo assassinato in carcere. Eppure, anche dopo la sua morte, si è continuato e si continua a discutere di lui e di come sia stato possibile che accadesse tutto ciò.

La questione che ogni volta ritorna puntuale riguarda l’opportunità o meno di dare in pasto al pubblico prodotti del cosiddetto filone true crime che narra cioè di crimini realmente accaduti, così come la gestione e la manipolazione di fatti ed elementi reali in un contesto di finzione. Serie di questo tipo sono un pericolo per il nostro benessere psicologico? Come al solito c’è chi sostiene che Dahmer rafforzi in noi l’aggressività e l’ostilità verso il prossimo, dall’altra ci sono coloro che ne sminuiscono gli effetti, convinti che questo tipo di rappresentazione della violenza sia liberatoria. 

Probabilmente la verità sta nel mezzo. A doverci spaventare davvero è invece il fatto che di fronte al male si ha la tendenza a bollarlo come qualcosa di estraneo da noi. Da qui la parola mostro. Parola che in Dahmer ritroviamo perfino nel titolo. Eppure, sebbene Jeffrey Dahmer sia stato un serial killer che ha ucciso, provato piacere nel farlo per poi infierire sui cadaveri smembrandone i corpi, c’è purtroppo qualcosa che non torna. Se davvero era una mostro perché le sue vittime non se ne sono accorte in tempo? Perché non è stato arrestato prima?

Forse perché alla fine anche lui era uno come tanti. Invisibile. Capace di mimetizzarsi in una società che gli aveva permesso di essere ciò che lui voleva e di fare ciò che ha fatto. Eppure, quasi certamente, avremmo potuto fermarlo prima. È questa la cosa più terrificante di questa serie. Il fatto che di fronte alle segnalazioni non si è fatto nulla. Eppure Dahmer aveva già violentato un minore. Il giudice però era stato clemente, con lui. Era stato arrestato per atti osceni in luogo pubblico, ma anche in quel caso nessuno aveva prestato particolare attenzione ai deliri di un alcolizzato. Intanto gli anni passavano e gli omicidi pure, finché un bel giorno, quand’era troppo tardi, ci siamo accorti che il nostro vicino di casa non era esattamente quel che pensavamo che fosse. 

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