Distruggersi per un pugno di dollari

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Farebbero sorridere, se non si parlasse di armi nucleari, le minacce neanche tanto velate che Corea del Nord, Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone si rimpallano in un copione già conosciuto. Farebbe sorridere come in una ripicca di bambini se non si rievocasse (ancora una volta) lo spettro nucleare.

Che il paffuto dittatore nordcoreano Kim Jong Un usi da anni la minaccia nucleare per cercare di intimorire i suoi antagonisti è un dato di fatto. L’escalation, altra parola di moda in questi tempi, è dovuta all’elezione del presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol, un tipo che non le manda tanto a dire.

Ritenuto un “falco”, come tutti i falchi preferisce trattare a muso duro gli avversari, e alle minacce nucleari nordcoreane ha subito risposto picche tramite il ministro della difesa Suh Wook, dichiarando che la Corea del Sud ha la capacità di colpire con precisione e rapidamente qualsiasi obiettivo in Corea del Nord.

Poco tempo dopo, la sorellina del dittatore nordcoreano, Kim Yo Jong, dichiarava che il suo paese avrebbe usato le sue armi nucleari per “eliminare” l’esercito sudcoreano nel caso di un attacco preventivo da parte di Seul.

Insomma, un gioco a chi fa più paura all’altro con la coscienza, ancora una volta, che nessuno dei due paesi sopravviverebbe a uno scontro campale a botte di missili nucleari, se poi aggiungiamo gli Stati Uniti che fanno le loro belle esercitazioni insieme ai sudcoreani in risposta ai lanci da Nord, abbiamo un quadro incasinato simile al cortile di una prigione dove due gang si guardano in cagnesco dagli angoli opposti.

Eppure a Kim non conviene esasperare i toni più di quel tanto. A lui fa gioco mantenere un continuo stato di tensione, per corroborare la narrazione decennale della minaccia orrenda dell’occidente che vorrebbe mangiarsi la ridente Corea del Nord. Legioni di cittadini, imbobinati più di 70 anni di propaganda di regime (a partire dal nonno Kim il Sung), seguono se non pedissequamente, almeno per inerzia, il terzo membro della dinastia. La Corea del Nord è un paese giovane, e con 70 anni di regime alle spalle, quelli che si ricordano com’era prima sono ormai ridotti a un pugno di persone.

Perché come molti sanno, negli ultimi settant’anni, sotto il cappello di un fittizio comunismo, si sono visti ascendere al trono di quella che è tutti gli effetti una monarchia, prima il nonno Kim Il Sung, poi il padre Kim Jong Il e ora il figlio Kim Jong Un. Una vera e propria dinastia, in un regime che sostiene un culto idolatrico del leader, attribuendo al capo in carica di turno poteri magici e taumaturgici.

La Cina, che come per l’Ucraina sta sorniona a guardare, è da sempre alle spalle del dittatore Nordcoreano. Negli ultimi mesi, si sono moltiplicate le visite di funzionari cinesi a Pyongyang e le esportazioni nei confronti della Corea del Nord sono aumentate, solo nel primo trimestre dell’anno, del 57%. Kim però, allevato da paranoico, vive con ansia la paura di diventare un satellite della Cina e di perdere così il potere assoluto nel suo paese. Il che rende i rapporti con il vicino gigante rosso, non proprio idilliaci.

E allora vai di “test” balistici che minacciano indirettamente Corea del Sud e Giappone e che rendono quella zona una costante spina nel fianco per USA e occidente. La tattica continua del dittatore Nordcoreano della “pentola a pressione” è rischiosa. Kim Jong Un punta sul tirare la corda fino a che gli States non tirino i remi in barca, cosa assai improbabile. A noi non resta che rimanere impotenti spettatori dell’idiozia, dell’ambizione e dell’avidità dei nostri simili, pronti a distruggersi l’un l’altro per un pugno di dollari…

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