Iran come in Argentina

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Le proteste in Iran, che ormai proseguono da quasi un mese, hanno raggiunto un altro e più angoscioso tassello nella repressione governativa.

E la memoria va a certi regimi latinoamericani degli anni ’70 e ’80, con i desaparecidos e con quelli che finivano nelle stanze di tortura. In Iran a protestare sono molti giovani delle università, e come in un macabro copione, che ricorda l’argentina di Videla, sono loro a pagare lo scotto più alto. (leggi qui sotto)

Sono decine le adolescenti, che nell’incoscienza della loro età, sfidano un regime che non è disposto a fare nessuna concessione. In una farsa vergognosa, il ministro dell’educazione Yousef Nouri, dichiara che i giovani scomparsi non sono stati arrestati, ma portati in “centri psicologici” per venire rieducati. 

Tutti noi possiamo senza fatica immaginare che tipo di “rieducazione” sia comminata ai poveri ragazzi fermati.

“Quando i nostri esperti avranno fatto il loro ‘lavoro’ e saranno riusciti a rimuovere gli aspetti antisociali del loro carattere, gli studenti ‘corretti’ saranno liberati e potranno tornare a scuola”.

Ha dichiarato Nouri, una frase che fa venire i brividi e che ci spinge a un pietoso moto di solidarietà per quelle povere ragazze e ragazzi.

In Iran è in atto, che il regime lo voglia o no, una trasformazione. Che le rivolte portino a dei cambiamenti è però improbabile, finché gli ayatollah, incapaci di modifiche sostanziali del pensiero religioso e oltranzista, terranno saldamente in mano il potere aiutati dalle milizie religiose.

Il vice comandante del corpo delle guardie “rivoluzionarie” iraniane*, ha ammesso una verità agghiacciante. L’età media dei detenuti delle proteste è di 15 anni, poco più che bambini.

Sono la generazione di Instagram e tik tok. Una generazione a cui è difficile mettere le pastoie, perché vive in un mondo profondamente globalizzato, che le impone gli stilemi e i modi dei suoi coetanei occidentali, liberi di esprimere le loro pulsione e di atteggiarsi a loro piacimento. Il paragone diventa allora impietoso e la frustrazione, la rabbia, il furore che già sono insiti nell’adolescenza, esplodono.

Un’esplosione che le guardie rivoluzionarie sanno bene come spegnere purtroppo. Nel frattempo la conta dei morti sale: secondo organizzazioni non governative, ormai supererebbero i 200, mentre il governo riduce la cifra a poco meno di una sessantina di persone. 

La tiritera del regime è sempre la stessa. Non sono proteste “naturali”, ma disordini pilotati dal grande “satana” americano. E forse è anche vero, l’America incarna non solo il nemico, ma anche quella way of life che i ragazzi vedono in internet. 

La violenza prima o poi si fermerà, lasciando decine di corpi al suolo e centinaia di giovani menti terrorizzate, un pedaggio altissimo per avere, forse un giorno, un po’ di democrazia e libertà.

* Le guardie della rivoluzione, nate come una milizia con profonda fede ideologica (difatti, incarnano assoluta fedeltà alla Guida suprema dell’Iran, detto anche guida spirituale), con gli anni hanno ampliato molto il loro potere all’interno dello Stato. Il Corpo dei pasdaran dispone di circa 120 000 uomini suddivisi in forze di terra, aeree e navali; controllano anche delle milizie volontarie organizzate militarmente dette basiji, in cui si arruolano i più giovani.

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