La domanda che fa paura

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Quando il fatto successe, nel luglio scorso, fece scorrere brividi lungo la schiena di molti. Alessia Pifferi, madre trentasettenne, aveva lasciato morire di stenti in culla la figlioletta Diana di un anno e mezzo.

La bimba, imbottita di ansiolitici e con un biberon accanto perché non strepitasse, era stata ritrovata esanime, morta di fame e di sete. E i brividi si trasformano in angoscia e tristezza, perché l’infanticidio è uno dei crimini che la stragrande parte dell’umanità non comprenderà mai. Un crimine che vorrebbe avere spiegazione ma spiegazione non ce l’ha.

Scrivevo allora: 

“…Troppe domande senza risposta, troppo dolore da gestire. Più facile pigiare quel fantomatico bottone inesistente che cancella Alessia dal Mondo. Eppure le domande rimangono, come chiodi conficcati nel cervello e le persone sagge dovrebbero continuare a chiederselo, quel perché e cercare delle soluzioni, se mai ne esistono”. 

Oggi, gli inquirenti che procedono nell’inchiesta, hanno vagliato anche il cellulare di Alessia. E spunta l’orribile fantasma della pedofilia, quando lei, in chat su Tinder con un bergamasco 56 enne, risponde “lo farai”, all’uomo che chiedeva se poteva baciare la piccola.

E quei brividi, che non ci lasciano e che sono attaccati come cimici alla spina dorsale, diventano ancora più violenti e infingardi, insinuando un ulteriore orrendo dubbio, un dubbio che sembra vetro masticato.

Scriva Repubblica in un suo articolo in merito sull’uomo:

“Sposato e con figli, un lavoro da autotrasportatore per ditte casearie, una situazione familiare definita “complicata” dagli investigatori, il 56enne non ha precedenti per abusi su minori. Dei sei telefoni cellulari prelevati, uno appare quello su cui si è sviluppata la chat con Alessia Pifferi. Il messaggio risale a marzo e la frequentazione tra i due era continuata fino a maggio. Anche due computer sono stati sequestrati dalla Mobile: su tutto il materiale verrà effettuata la copia forense, gli analisti diranno se oltre a quell’ambiguo messaggio ci sia altro, e cosa.”

Diana è comunque morta. Rimane però la disperata questione del “perché”. Quel perché maledetto, che continua a strofinarsi intorno alle nostre gambe come un gatto malato, che per comodità scacciamo a piccoli calci. Eppure quel dannato perché rimane, si insinua continuamente. Le menti deboli lo cancellano e chiedono solo vendetta, le altre processano un messaggio doloroso della loro coscienza e si impongono di capire per evitare che succeda di nuovo, per evitare che le donne come Alessia, siano lasciate sole, senza una rete di sostegno che le guidi e impedisca loro, magari, di compiere gesti orrendi e irreparabili.

Chiedersi cosa sarebbe successo “se”, è inutile, i se e i forse sono materiale di ripiena per il passato. La domanda giusta è”come”. Un come grande come una casa che può aiutarci, con coraggio e abnegazione, a ridurre (perché eliminarli è impossibile) delitti così dolorosi e angoscianti per tutta la nostra società. 

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