L’invasione del pane bulgaro

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Dopo il famigerato idraulico polacco, che “rubava” il lavoro, ecco arrivare il pane bulgaro, che mette in crisi i nostri panettieri.

La nostra associazione panettieri si scaglia contro il pane della Tracia, l’antica provincia romana che oggi è la Bulgaria. Da lì infatti, arriverebbe la gran parte del pane precotto e surgelato in vendita nelle stazioni di servizio.

Una silenziosa invasione con orme di farina belle grosse che portano a un solo colpevole, l’infingardo concorrente bulgaro. Sembra uno scherzo ma è la realtà. Buona parte del pane che consumiamo, viene da un paese che dista 1500 chilometri dal nostro. Il tutto per una derrata che solitamente viene consumata fresca. E vergognatevi voi, che per ignavia e indifferenza, invece di sostenere abili artigiani del grano nostrani, vi gettate come meretrici di babilonia su baguettes surgelate che sembrano topi morti o su cornetti che hanno dubbi sapori e si sbriciolano come mummie egizie al minimo tocco.

Questa è la maledizione, non dei faraoni, ma del precotto, che paga dazio alla freschezza e diventa il simulacro del buon pane. Al punto che Massimo Turuani, presidente dell’associazione panettieri ticinesi dichiara a TIO: 

“Quello venduto nelle stazioni di servizio. Un momento: lo chiama pane lei quello? (…) Vuole che le faccia un esempio concreto per farle capire? Ho bendato alcuni conoscenti e ho fatto toccare loro due di quelle baguette congelate e ho chiesto loro di che si trattasse. Uno mi ha risposto “osso di gomma da gioco per cani” e l’altro “manina di bambola”. Parliamoci chiaro: il pane che si dica pane è un’altra cosa”.

E come dare torto a Turuani? In più i ticinesi salutisti, che aborrono il carboidrato come la kryptonite Superman, hanno diminuito il consumo di questa derrata fondamentale passando dai 5/600 grammi al giorno a soli 100! Roba che neanche i prigionieri nei gulag sovietici.

Io mi chiamo fuori da questo gioco al massacro, nel mio paese di panetterie ce ne sono due, e appena posso corro a prendere le brioches mattutine o il pane al farro, per non parlare dei bomboloni alla crema…vabbè, sto divagando.

Comunque i nostri amici d’oltrefriontiera non stanno meglio, il pane che viene dall’est, come le invasioni Unne, compare frequentemente sulle tavole italiche. Anche in Italia, il 20% del pane, secondo alcune ricerche, viene da Romania e Bulgaria. Il perché lo sapete: il pane Bulgaro o Rumeno costa la metà rispetto a quello tradizionale, inoltre non ci sono ancora direttive europee che impongano di segnalare la provenienza di pagnotte o filoni.

Quella che una volta, grazie al candore delle farine, veniva chiamata arte bianca, e che se ben esercitata richiede passione e sapienza, è ormai ridotta a una trafila industriale che sfrutta lavoratori a basso costo per farci avere pane che in realtà a noi costa uguale. A ingrassarsi sono i soliti sorci e a lievitare sono solo le esportazioni da quell’Est che, entrando nella comunità europea, è diventato il bengodi di speculatori e personaggi avidi, che delocalizzano o importano per farsi i loro soldoni.

Per cui, visto che tanto lo paghiamo uguale, chiediamo la provenienza del pane e facciamo un dannato sforzo una volta tanto, andiamo in panetteria invece che al Migrolino per comprarci il pane. È lievitato più naturalmente, è nostrano e da lavoro a bravi artigiani che si alzano alle 4 di mattina.

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