Maxi B, non sei solo!

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Maxi B, al secolo Maximiliano Bonifazzi, è un rapper di casa nostra. Si, ci sono, anche tra castagne boccalini e mandolini, la musica dei ghetti di Harlem riesce a corrodere la patina di perbenismo del nostro cantone.

Ma non sono qui a parlare di Maxi er questioni musicali, bensì razziali. Ticinolibero, riprende un suo sfogo affidato al web. La cosa mi ha incuriosito e sono andato a leggere. Ecco quello che ci racconta Maxi:

“Sono nel parcheggio di un centro commerciale diretto all’entrata. Mi metto in fila per il carrello. Davanti a me un uomo alto, pelato, sulla quarantina. Spazientito si lamenta. Non capisco cosa dice ma nulla di buono.

Ancora più avanti una signora. 60 anni circa. Di colore. Armeggia con il franchetto da inserire nel carrello ma non riesce ad inserirlo. Prova e riprova ma nulla. Il carrello non si sblocca. Si scusa. Riprova. Ma non va. 

L’uomo pelato alza le spalle e la voce, e spinge la signora con prepotenza. Lei rischia di cadere ma regge l’urto. Spaventata tenta di ribellarsi. 

“Ma cosa fa?!”
“3 ore per un carrello! Si dia una svegliata!”, ribatte secco il pelato.
“Mi scusi ma non va il franchetto…”
Non fa in tempo a finire la frase che l’uomo la interrompe: “Sarà falso! Se non sa nemmeno prendere un carrello perché non si leva dalle palle negra di m–a!”

Vi giuro, mi sono paralizzato. La donna anche. In vita mia non ho mai visto un volto impietrirsi così. Ho visto i suoi occhi diventare vuoti. Persi.

Sempre paralizzato ho lasciato che si dileguasse.

L’uomo continua ad imprecare: “Ecco brava levati dalle p—e!” 

Solo a quel punto mi sblocco: “Ma si rende conto di quello che ha detto?”

Lui mi manda a quel paese e sparisce. Senza prendere il carrello.

Perché non ho reagito prima?! Perché non l’ho fermato e sistemato come meritava?

Io non sono un eroe, non sono un paladino della giustizia, ma non sono un fifone. Non sono uno che ha paura di farsi rispettare o di difendere chi ha bisogno. E allora perché?
Ero shoccato!

Mentre scrivo ho le mani che tremano. Mi maledico per non aver reagito prontamente, per non aver difeso quella persona in difficoltà. Un’altra donna maltrattata. Un altro essere umano giudicato per il colore della sua pelle. 

Ma è questo il posto in cui viviamo oggi? Lo chiedo perché non ero l’unico presente eppure nessuno ha parlato. Non un fiato. 

Mi dispiace. Mi sento vuoto. Vorrei solo tornare indietro e poter reagire in modo diverso.
Ma questo cantone non lo riconosco più. E anche io oggi, non mi riconosco più.”

Caro Maxi, non essere troppo severo con te stesso. Semplicemente tu appartieni a quel gruppo di persone che cose del genere nemmeno riescono a pensarle. La tua reazione tardiva, non è tanto dovuta a incapacità di reazione, quanto allo stupore che una situazione così ti pone di fronte. Situazione che, come giustamente dici, ti ha scioccato e di conseguenza parzialmente immobilizzato.

Una volta processate le informazioni ed esserti reso conto che non stavi sbagliando ma che quel tizio era proprio uno stronzo, hai potuto reagire. E nessuno si aspettava che lo caricassi di botte.

Il problema, più che il cantone, caro Maxi, e lo dico con grande umiltà, è la gente. Siamo umani, con tutte le imperfezioni che ci accompagnano. Siamo limitati dai nostri istinti, dalle nostre bassezze, dalle nostre malsane pulsioni. Innalzarsi dal fango, come quelle salamandre anfibie dalle quali discendiamo,è un dovere, ma anche uno sforzo, che non in molti riescono a fare. Tu sei fra questi.

Continua a fare musica, a dispensare cose belle, a sorridere alle persone.

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