Non c’è più il clero di una volta

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E così anche Valerio Lazzeri, vescovo del ridente Ticino, getta la spugna. Come l’emerito Papa Ratzinger, si ritira in un angolo per lasciare il posto ad altri, usurato dagli scandali e dalla pandemia.

Al posto di “Lazzaro alzati e cammina” di evangelica memoria, qui c’è piuttosto un “Lazzeri, quando esci chiudi la porta”. E la porta si chiude su uno dei vescovi meno appariscenti degli ultimi decenni. 

Sia chiaro, non è necessariamente un giudizio denigratorio. In un mondo urlato e pieno di prime donne, il mandato di Lazzeri, svolto in punta di piedi e senza indulgere in occhieggiamenti mediatici, sa quasi di un altro tempo.

Il punto è che tutti noi, cattolici e non, abbiamo l’idea che chi entra nelle alte cariche cristiane, al suo posto ci deve morire come un bravo soldatino di Dio.

Eppure, fare il vescovo è un lavoro dannatamente complicato. Devi confrontarti con i tuoi sottoposti e con Roma, certo, ma anche con tutte le correnti che nella chiesa sono ben presenti e, a volte, antagoniste, pensiamo solo a CL o all’Opus dei. poi c’è la società, ci sono i media, ci sono gli scandali, che a Lazzeri non sono mancati. Ma il punto è che il timido Vescovo, probabilmente, non reggeva a tutte le tensioni a cui è sottoposta una figura di questo tipo.

Perché un vescovo, e lo sappiamo da circa 2000 anni, è anche e spesso un politico, una persona che deve fare scelte scomode o faticose, che non necessariamente coincidono con il senso dell’etica che si è creato negli anni. E allora, la crisi non è tanto di vocazione ma nel capire, forse, perché hai deciso, tanti anni prima, di vestire quella tonaca.

Lazzeri era un vescovo in sordina: dimesso, gentile, quasi schivo. Se paragonato al precedente vescovo emerito (andato in pensione, come prevede la chiesa, a 75 anni) don Giacomo Grampa, risultava quasi impaurito dalla vita. Grampa, sanguigno varesino, che poteva forse non piacere per la sua verve decisa e a volte aggressiva, era quanto di più lontano ci fosse da Lazzeri.

E se prendiamo gli ultimi dipendenti di un Dio che in questi ultimi decenni sembra in difficoltà, abbiamo due figure ben definite sia politicamente che per il loro agire, Grampa, appunto e monsignor Eugenio Corecco (legato a CL). Dall’altra il travagliato verzaschese Ernesto Togni, ex missionario a Barranquilla, anche lui come Lazzeri uomo gentile e dignitoso, molto amato in Ticino. Ernesto Togni, anche lui dimissionario, in una delle ultime omelie scriveva:

“Questa Settimana Santa, che ha il suo centro nella Croce e nella Risurrezione di Cristo mi fa pensare che, al di là della nostra singolare personalità, tutti siamo salvati solo dalla Croce. Mi sentirei perduto senza questa certezza. E quando la croce diventa pure nostra, la nostra croce personale, con spine e chiodi e ferite diverse, anch’essa diventa un contributo alla salvezza nostra e dei fratelli. (…)”

C’è chi la croce la cavalca e chi invece si ritrova a portarla. Lazzeri ha dichiarato ieri alla stampa: 

“Sono consapevole del peso e dello smarrimento che la mia decisione non mancherà di provocare. A tutti chiedo perdono”

E forse lui, un peso se lo è tolto. Glie lo auguriamo. Perché non c’è nulla da fare: è quando un prete si toglie la tonaca che appare nella sua più umile, nuda e fervente umanità.

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