Per un velo messo male

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Le recenti proteste delle donne iraniane ( o meglio di quella parte che si ribella all’imposizione del velo) raccolgono sostegno e mettono seriamente in dubbio un regime e la sua legittimità.

Che il governo iraniano sai una dittatura lo sappiamo tutti. ed è una delle peggiori perché è una dittatura religiosa. Un regime che somma alle “normali” vessazioni a cui sono sottoposti i cittadini, l’ulteriore giogo di rigidi dettami religiosi che appartengono ormai a un altro tempo.

Perché piaccia o no, lentamente, con scatti in avanti a volte e altre con battute d’arresto, la società umana evolve. Comincia a guardare con altri occhi i diritti delle persone, scopre minoranze sfruttate o vilipese, guarda con sofferenza dentro sé stessa e scopre pozzi neri che vanno riempiti. 

In questi ultimi giorni, in alcune città iraniane, si è sollevata la protesta. Una protesta che è partita da una ragazza curda uccisa perché non portava il velo come doveva. (leggi qui sotto)

agli appelli di intellettuali e artisti iraniani (in esilio ovviamente) ha fatto eco la nazionale, con un gesto non plateale ma di chiaro significato. Durante l’esecuzione dell’inno alla partita amichevole col Senegal, i giocatori della nazionale hanno chiuso i giubbotti neri, per celare le magliette con la bandiera del loro paese. Una protesta silenziosa ma dall’enorme valenza politica, vista la visibilità internazionale. Un gesto comunque coraggioso, se pensiamo alle inconsulte reazioni che ha a volte il regime nei confronti di chi dissente. ( guarda il video)

un sostegno non scontato in un paese dove l’asservimento della donna non è solo una questione etnica e culturale ma anche un dogma religioso. Come lo è sempre stato comunque, e dobbiamo essere onesti, per tutte le grandi religioni monoteiste cristianesimo compreso, dove la donna può esistere a patto che stia al suo posto e obbedisca al maschio.

Negli ultimi giorni le ragazze si ribellano e sfidano il regime. Oggi non è più inusuale vedere donne (spesso giovani) che girano per la città facendo le loro cose a capo scoperto. A poco o nulla è servito il patetico tentativo della polizia di giustificare la morte di Hadit Najafi qualificandola come infarto. Un infarto molto simile al malore attivo che scaraventò il celebre (suo malgrado) anarchico Pinelli dalla finestra della questura di Milano.

Sono ora migliaia le persone a scendere in piazza in decine di città iraniane. Gesti plateali e aggressivi, con donne che si tagliano i capelli in pubblico, bruciano lo hijab, protette dagli uomini che fronteggiano la polizia. In un mondo dove i social riportano tutto in tempo reale, è difficile per le dittature non scendere a patti con le proteste più dure, in un mondo ipermediatizzato, e lo abbiamo visto anche con la guerra ucraina, l’opinione pubblica conta, conta molto. Tik tok, instagram, twitter, facebook, sono le nuove armi di una protesta esasperata che emerge come un rigurgito dopo 40 anni di regime che ha schiacciato quasi totalmente ogni velleità femminile. Se a questo aggiungiamo le difficili condizioni del paese e delle sue infrastrutture a seguito delle sanzioni ma anche da una malagestione governativa, abbiamo il combustibile per la protesta di cui le donne sono il detonatore.

Gruppi di un’élite dominante che si aggrappa a valori rigidi e radicali, si scontrano con la stanca esaperazione di una popolazione che ha di fronte a sé l’esempio di un occidente dove le donne hanno una libertà inimmaginabile. Il ricordo del passato, dove le donne iraniane avevano, per assordo, più diritti e libertà di oggi, aggiunge combustibile all’incendio. Sono infatti le madri e le nonne delle ragazze d’oggi a ricordare probabilmente alle figlie cosa voleva dire poter indossare una minigonna, circolare a capo scoperto e poter vivere la propria vita con perlomeno una parvenza di diritti.

Sono le nuove generazioni – l’Iran è un paese molto “giovane” – a guidare una protesta verso un regime che non riconoscono come loro, sia culturalmente che a livello religioso. E se anche la curva demografica sta rallentando. L’età media in Iran fino a pochi anni fa, era di 27 anni, quella svizzera ad esempio è di 41.

Vedere più libertà in Iran sarebbe bello, vedere le donne riprendere il loro posto accanto agli uomini, sarà un sogno che dovrà probabilmente attendere molti anni.

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