Sarà la Capitol Hill del Brasile

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In Brasile aumenta la fibrillazione per il 2 ottobre. Mancano meno di una decina di ore al fatidico scrutinio dei voti che sancirà la “ditattura liberale” di Bolsonaro o riaffiderà il paese a Luis Ignacio Lula da Silva.

Che si paventasse uno scenario simile a quello statunitense del 2020 era un forte sospetto che ormai si sta tramutando in certezza. Anche qui Bolsonaro, si gioca il tutto per tutto. Sui social, come negli USA, si annuncia una preventiva “truffa elettorale”. Come a dire, se vinciamo è tutto ok, se perdiamo è colpa di brogli come nel caso USA. Che poi Biden abbia vinto con uno scarto di più di due milioni di voti (difficilmente falsificabili) è una questione risibile per i fanatici che hanno poi invaso Capitol Hill in nome di Donald Trump.

In Brasile ci troviamo di fronte alla stessa narrazione politica dove Bolsonaro riesce a far sembrare quasi decoroso l’ex presidente Trump. Di Bolsonaro e delle sue idee malsane e fascistoidi abbiamo diffusamente parlato su GAS, quasi inutile ricordare su che posizioni sia arroccato l’attuale presidente Brasiliano. (leggi qui sotto)

E in questi giorni, oltre alle fake news che abbiamo tanto imparato a vedere durante le elezioni recenti, insieme agli sberloni mediatici che si tirano i candidati, in un aumento della tensione esponenziale, assistiamo a un onda di odio social e bugie che sono fisiologiche per candidati di questo calibro. Scrivevamo nel 2020: 

“Bolsonaro è stato censurato addirittura da Facebook, Instagram, Twitter e Youtube per via della sua attitudine a diffondere notizie false.” (leggi qui sotto)

Dall’altra parte l’ex presidente Lula, che viene dato in leggero vantaggio rispetto al rivale. Un candidato che si trova su posizioni antitetiche. Con tutte le riserve del caso, Lula rappresenta i popoli indigeni, i poveri, la foresta amazzonica e tutto ciò che durante l’era Bolsonaro è stato distrutto o messo in disparte. Il recente incontro televisivo tra i due è sembrata più una rissa nelle favelas che un confronto politico. D’altronde i dati della legislatura passata (segnata dal covid) sono impressionanti: 680’000 sono i brasiliani morti per il covid, una pandemia che il presidente ha sempre minimizzato. La foresta amazzonica ha visto raddoppiare il suo depauperamento annuale, con 3 milioni di ettari disboscati. Un paese dove, da sempre, pesanti diseguaglianze dividono soprattutto neri, meticci e indigeni da un’élite bianca e ispanica.

Lula, reduce da 580 giorni in carcere e da un annullamento di tutte le sentenze, pretende una rivincita. Il partido dos Trabalhadores di Lula, punta sul credito per le imprese, sull’adeguamento del salario minimo, sul ripristino di programmi per agevolare l’acquisto della prima casa e per portare l’elettricità da fonti rinnovabili nelle aree rurali. Una linea coerente con i suoi precedenti due mandati. Lula vuole anche portare avanti la lotta alla deforestazione e all’estrazione selvaggia di oro dalla foresta e promuovere e ridare potere all’istituto brasiliano per l’ambiente, che Bolsonaro ha relegato a un istituzione da operetta.

Se Bolsonaro dovesse perdere queste elezioni, sarà quasi matematica la narrazione similare a quella statunitense, con richiami a elezioni fasulle e da annullare. Il Brasile, che però ha una tradizione autocratica molto più presente di quella statunitense, è anche molto più a rischio. I “proud boys” brasiliani, forse non si limiteranno all’assalto del congresso nazionale e Bolsonaro potrebbe chiedere pieni poteri con la scusa di brogli e costruendo fake news ad arte. Speriamo di sbagliarci, anzi, ce lo auguriamo vivamente. In ogni modo non sarà un passaggio tranquillo in un’elezione che sembra ormai più a una guerriglia.

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