Shanti doveva morire?

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Shanti De Corte ha un nome italiano, anche se è belga. Probabilmente una delle discendenti degli italiani che a decine di migliaia andarono a lavorare nelle miniere del paese a partire dagli 50.

Shanti era sopravvissuta all’attentato dell’ISIS all’aeroporto di Bruxelles, uno di una serie di tre che avevano colpito lo scalo aereo e la metropolitana. Sull’asfalto e sulle lucide piastrelle brune dell’aeroporto belga, rimasero 35 cadaveri e 350 furono i feriti.

Shanti, pur essendo a pochi metri da una delle esplosioni, rimase miracolosamente illesa. Salva e sana, per vedere attorno a se la devastazione prodotta dalle bombe degli attentatori suicidi, che avevano lasciato sangue e brandelli di corpi tutti intorno a lei.

La mente umana è complessa e ognuno di noi è diverso. Lo shock post traumatico è una conseguenza ovvia, poi c’è chi lo supera e chi no, chi riconosce sé stesso e si perdona l’essere sopravvissuto e avere visto tanta devastazione e chi invece cede, e allora una diga di dolore invade la mente e non la lascia più.

Come un lago nero che arriva fino ai bordi del bacino, continua con le sue acque gelide a sedimentare e a soffocare ogni afflato di vita.

Ecco perché Shanti, il 7 maggio scorso, grazie a una legge molto più avanzata che in altri paesi, ha potuto fare capo all’eutanasia. Un modo di morire che urta con l’idea che tutti noi ci facciamo di una ventitreenne che ha tutta la vita davanti. La domanda da farsi è perciò: che vita?

Quale esistenza, con negli occhi i corpi dei compagni di scuola che erano con lei quel 22 marzo 2016? Quale vita, con la zavorra dello spavento e del dolore che piano piano, ogni giorno e ogni minuto lacerano come ami la carne viva?

Possiamo solo immaginare la sofferenza di Shanti per farle prendere una decisione del genere, decisione che in questi giorni è stata ratificata dalla commissione federale responsabile del controllo sull’eutanasia, che ha chiuso il caso.La legge è stata rispettata. Neurologi e psicologi hanno accertato che la sofferenza mentale di Shanti era talmente devastante da rendere la sua vita un inferno. A nulla sono serviti gli aiuti e l’amore dei genitori.

E ovviamente, questa morte fa ripartire le polemiche sulla vita e sul diritto all’abbandono. Un terreno ingarbugliato e spinoso, pieno di fossi traditori in cui è facile cadere. A che punto si può decidere che la morte è l’unica scappatoia per una mente malata e annichilita? E quanto deve magari ancora soffrire chi si vede negare questo ultimo e definitivo oblio? Un dilemma etico che in realtà non ha soluzione.

Olanda e Belgio, in Europa, sono stati i primi paesi a rendere legale l’eutanasia, i paesi bassi nel 2002 e il Belgio nel 2003. 

La Svizzera prevede sia l’eutanasia attiva indiretta (assunzione di sostanze i cui effetti secondari possono ridurre la durata della vita), sia quella passiva (interruzioni dei dispositivi di cura e di mantenimento in vita), sia il suicidio assistito. Farmaci mortali possono essere prescritti anche a cittadini stranieri, purché il paziente abbia un ruolo attivo nella somministrazione del farmaco.

È dal 1982 che sul territorio operano associazioni come exit o dignitas.

È però importante capire che per molti è confortante sapere che c’è un eventuale aiuto al suicidio, anche se però poi non vi faranno magari mai ricorso. In Svizzera, che è uno degli stati con la legislazione più permissiva in tal senso, c’è il fenomeno del “turismo della morte”, ovvero stranieri ( fino al 90% del totale) che solo nel nostro paese trovano finalmente l’asilo definitivo negato dai loro luoghi d’origine.

Il problema etico c’è ed è importante, ma è anche importante, fatti gli adeguati esami medici, cercare di capire cosa significhino abissi di sofferenza fisica o mentale che fanno solo desiderare la morte. Un fatto definitivo e finale che ci riguarda tutti e che va rispettato.

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